venerdì 19 giugno 2026

Foglie al vento (e la commedia che non ride)

Il Bue Muschiato guarda un film finlandese e scopre che la malinconia, vestita bene, passa per ironia.

C'è un genere di commedia che non ti chiede di ridere: ti chiede di restare. È quello di Aki Kaurismäki, che in Foglie al vento mette in scena due esseri umani consumati — lei precaria tra un lavoro e l'altro, lui che annega i turni in vodka — e li fa muovere con la grazia goffa di chi ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa di buono dalla vita, ma continua comunque a presentarsi all'appuntamento.

Le battute ci sono, ma sono secche come il pane di due giorni: non sciolgono la tensione, la confermano. I volti restano impassibili non per pigrizia attoriale, ma perché in Finlandia, evidentemente, mostrare emozione è un lusso che si paga caro. Eppure sotto quella superficie immobile scorre tutto: la solitudine di chi lavora e non basta mai, l'alcolismo come unica festa concessa, l'amore che arriva tardi e timido come un autobus che non sai se passerà.

Io, abituato a confondere la commedia con la risata facile, mi sono ritrovato a guardare lo schermo con la gola stretta, chiedendomi chi avesse deciso che questo si chiama "commedia". Forse lo stesso ufficio che in Finlandia chiama "estate" tre settimane di luce e basta.

Le foglie cadono, il vento le porta dove vuole, e i due protagonisti provano solo a non farsi spezzare nella caduta. Io, intanto, resto sul divano a chiedermi perché ho riso due volte rattristandomi senza accorgermene per il resto. Kaurismäki non scrive commedie: scrive referti, e li firma sorridendo.

Categoria: Cinema
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