C'è una frase attribuita a Winston Churchill — e come tutte le frasi attribuite a Churchill potrebbe anche essersela inventata qualcun altro, ma è troppo bella per preoccuparsene — che dice più o meno così:
"Gli italiani vanno alla guerra come fosse una partita di calcio, e vanno alle partite di calcio come fosse una guerra."

Devo ammettere che, per decenni, l'ho considerata una di quelle battute geniali che fotografano un popolo con la precisione crudele che solo uno straniero di talento sa usare. Un'osservazione ironica, un po' cattiva, sostanzialmente vera.
Poi è arrivata la Curva Sud del Milan. E Churchill, se fosse ancora vivo, dovrebbe rivedere la seconda parte.

Perché quello che sta succedendo intorno al Milan non assomiglia a una guerra.
Assomiglia a qualcosa di molto più serio.
Il 24 maggio scorso — ultima giornata di campionato, avversario il Monza, partita sostanzialmente ininfluente — circa cinquemila tifosi rossoneri si sono radunati nel pomeriggio davanti a Casa Milan in via Aldo Rossi. Non per festeggiare. Per contestare. Con striscioni, cori, e un'organizzazione logistica che avrebbe fatto onore a una manifestazione sindacale. Uno dei cartelli recitava: "Singer, Cardinale, Furlani, Scaroni, Ibra, Moncada: andate tutti via, liberate il Milan da questa agonia." Un elenco di nomi così lungo che il telo doveva essere almeno dieci metri.
L'altro, più sintetico ma non meno definitivo: "Con voi al comando è fallimento sicuro."
Poi il corteo si è spostato a San Siro. Dove, prima del fischio d'inizio, i tifosi si sono disposti nel secondo anello della curva formando con i loro corpi la scritta "Go Home" — in inglese, si noti, quasi a volersi fare capire meglio dalla proprietà americana. Quindici minuti dopo l'inizio della partita, la Curva Sud si è svuotata. Tutti fuori. Al canto di "Tutti a casa". Con la squadra ancora in campo.
Fermiamoci un secondo su questo dettaglio: hanno comprato il biglietto, sono andati allo stadio, hanno organizzato una coreografia umana in inglese, e poi se ne sono andati dopo un quarto d'ora. Di loro spontanea volontà. Lasciando la curva vuota come monito.
Churchill, probabilmente, avrebbe sorriso.
Io pure, un po'.
Non perché la contestazione sia sbagliata — spesso è l'unico strumento che i tifosi hanno. Ma c'è qualcosa di commovente e assurdo insieme nel fatto che un popolo che ha attraversato tutto quello che ha attraversato riservi questa intensità emotiva, questa capacità organizzativa, questo senso del gesto collettivo, a undici uomini che rincorrono un pallone. O che non lo rincorrono abbastanza bene. O che lo fanno per conto di proprietari sbagliati, con un allenatore sbagliato, in un momento sbagliato.
La guerra, in confronto, deve sembrare più semplice. Almeno lì si sa chi è il nemico.
Al Milan, evidentemente, bisogna scrivere anche il nome sul cartello. Tutti e sei.
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