C'è una storia che mi ha accompagnato per tutta la domenica mattina, e non è quella del Giro d'Italia.
A Milano, in piazzale Accursio, sull'area dell'ex Tiro a Segno, sta sorgendo il nuovo Consolato Generale degli Stati Uniti d'America. Duecento milioni di dollari di investimento. Un'opera imponente, come si conviene a chi rappresenta la nazione che ha esportato la democrazia nei quattro angoli del pianeta. Libertà, giustizia, pari opportunità — in pietra, vetro e acciaio, proprio nel cuore di Milano.
I mattoni li stavano posando operai indiani, reclutati a Nuova Delhi da una società chiamata Dynamic House, portati in Italia con la promessa di un lavoro regolare. Paga mensile: tra 1.200 e 1.500 euro. Orario: dieci, dodici ore al giorno. Sei giorni su sette. Da questi emolumenti venivano poi sottratti quasi 900 euro per vitto e alloggio, forniti dall'azienda con la stessa generosità con cui un pescecane offre l'ombra. Risultato netto: meno di tre euro l'ora. La Procura di Milano ha usato una parola precisa per definire le condizioni di lavoro: paraschiavismo.
L'azienda costruttrice si chiama Caddell Construction Co. LLC. È americana, naturalmente. Ha vinto l'appalto del governo americano per costruire il consolato americano. Il cerchio è perfetto, quasi elegante.
Stamattina i carabinieri hanno fermato all'aeroporto di Orio al Serio un signore di 49 anni che si chiama Ulas Demir. Manager turco, responsabile del ramo italiano di Caddell, ingegnere di formazione. Stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul con la moglie al fianco. Aveva comprato i biglietti ieri, il giorno dopo che la Procura aveva messo l'azienda sotto controllo giudiziario e accertato, testualmente, numerose violazioni nel cantiere.
Il tempismo era eloquente. E la Procura lo aveva capito prima ancora che Demir si presentasse al gate: lo avevano intercettato in una telefonata con un interlocutore rimasto ignoto — si ritiene un superiore in Caddell — che gli aveva consigliato di tornare in Turchia per ferie. Una vacanza improvvisata, comprensibile, ci mancherebbe. Tutti abbiamo bisogno di staccare.
Pericolo di fuga concreto, chiaro e imminente, ha scritto il PM Paolo Storari nel decreto di fermo. Demir è in carcere a Bergamo. Le ferie le farà lì.
Ora, io non sono un giudice e non mi interessa stabilire le responsabilità penali di nessuno — ci pensano i magistrati, e sembrano farlo con una certa efficienza. Quello che mi interessa è un'altra cosa.
Mi interessa quella che potremmo chiamare la geometria dell'ipocrisia.
Gli Stati Uniti sono il paese che ogni anno pubblica il Trafficking in Persons Report, il rapporto con cui valuta e classifica tutti gli altri paesi del mondo in base al loro impegno contro lo sfruttamento lavorativo e la tratta di esseri umani. È uno strumento diplomatico potente, a tratti coercitivo: chi riceve una valutazione bassa rischia di perdere aiuti e cooperazione. Washington se ne occupa molto.
Nel frattempo, nel cantiere del loro consolato a Milano, centinaia di uomini lavoravano in condizioni che gli investigatori hanno paragonato alla schiavitù.
Non sto dicendo che il governo americano sapesse — probabilmente non sapeva, ed è lecito distinguere tra un committente pubblico e un appaltatore privato. Ma c'è qualcosa di strutturalmente comico, e insieme di profondamente sgradevole, nel fatto che il simbolo fisico della presenza diplomatica americana in Italia sia stato costruito in questo modo. Come se la democrazia avesse un costo, e qualcuno avesse deciso che quel costo lo dovevano pagare altri.
Ci sono cose che non cambiano, indipendentemente da chi le fa.
Il caporalato è caporalato. Lo sfruttamento è sfruttamento. Un operaio che lavora dodici ore al giorno per tre euro l'ora, in un paese straniero, lontano da casa, senza possibilità reale di protestare, è una persona in una condizione intollerabile — che stia costruendo una villa privata o il tempio della libertà occidentale.
Anzi, forse il secondo caso è peggio. Perché aggiunge all'offesa la beffa.
Il Bue Muschiato è un animale che ha imparato a sopravvivere in condizioni estreme mantenendo una certa dignità.
Non galoppa, non fa scenate, non si mette a urlare contro il vento. Abbassa la testa, aspetta, e ricorda.
Ricorda tutto.














