lunedì 20 aprile 2026

#StanTrek – La Strada per Nukus

L'ombra sul fondo della foto dice tutto: una moto, uno spostato e davanti — il nulla. Un nulla che però ha un nome. "Nukus". Tre sillabe che brillano sull'orizzonte come un miraggio di metallo arrugginito, sospese tra la steppa ocra e il cielo impassibile del Karakalpakstan.


L'asfalto — se ancora lo si può chiamare così — è una promessa non mantenuta. Il sole del Kizilkum non perdona: cuoce la terra, cuoce le rocce, cuoce il catrame fino a trasformarlo in qualcosa di indefinito, una pasta scura che si apre in crepe longitudinali, in solchi profondi come ferite. Le ruote ci affondano dentro con un sinistro borbottio molle. Tengo i polsi bassi, respiro piano. So che la moto può decidere di sua volontà dove andare, in certi momenti.
 
Il termometro ha toccato i 51 gradi a mezzogiorno.
 
Cinquantuno.
 
Non è un numero — è uno stato fisico. L'aria non si respira, si mastica. L'orizzonte trema come se stesse ridendo. La tuta è un forno ambulante, ma toglierla vorrebbe dire offrire la pelle al sole come un sacrificio, e il sole qui accetta volentieri. Bevo, riparto. Bevo ancora. Ogni bottiglia d'acqua è tiepida dopo dieci minuti, ma è vita lo stesso.
 
Di giorno il deserto è duro e onesto. Mi mostra tutto: la strada che si perde lontano, i cespugli secchi, i camion che arrivano frontalmente sulla mia corsia con la tranquillità di chi sa di pesare venti tonnellate. Loro ovviamente hanno sempre ragione ma ho tempo di reagire. Appena appena.
Ma è di notte che il Kizilkum diventa un altro posto.
 
Di notte il deserto si sveglia.
 
Si sveglia piano, con discrezione. Prima i gechi — minuscoli, veloci, appaiono nel cono della luce come stelline che cadono in orizzontale. Poi i serpenti: attraversano la strada con la loro calma ancestrale, indifferenti alle ruote, convinti di avere la precedenza. E probabilmente ce l'hanno.
 
Poi i cammelli.
 
I cammelli del Kizilkum sono liberi, non recintati, e di notte pascolano esattamente dove gli pare — che sia la steppa, o la carreggiata, o in mezzo della carreggiata. Sono scuri, altissimi, e a 80 km/h nel buio appaiono con un anticipo che a volte si misura in metri. L'impatto con un cammello in moto non è una statistica — è un ricorrente epitaffio.
 
Quindi vado piano e lento. Ascolto la notte. Guardo le sagome che si muovono ai lati. Sento odori di terra calda e di animali, di qualcosa che mi sembra antico e senza nome.
 
E poi, a un certo punto, appare. "Nukus". Le lettere arrugginite che ho visto da lontano per chilometri, sempre allo stesso posto sull'orizzonte, come se non ci arrivassi mai.
 
Poi ci arrivo.
 
Mi fermo. Motore spento. Silenzio.
 
Cinquantuno gradi, asfalto sciolto, serpenti, cammelli, gechi, e io ancora qui, con la mia ombra lunga sulla strada davanti.
 

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