TEMPERATURA DI ESERCIZIO: −20°C
Diario di un partecipante all’Elefantentreffen 2008 – 52ª edizione
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Preambolo: perché lo si fa
Esiste una domanda che ogni persona sana di mente pone, almeno una volta, a chi decide di affrontare l’Elefantentreffen in moto. La domanda è: perché? La risposta onesta è: non si sa. Si parte, e mentre si parte si pensa che forse si arriverà a saperlo. Quasi mai si arriva a saperlo. Ma si riparte l’anno dopo.
23 gennaio 2008 – ore 06:00 – Busto Arsizio
Il termometro segna tre gradi sopra lo zero, che in scala assoluta è quasi il calore tropicale rispetto a quello che aspetta più a nord. Carico la GS come se dovessi partire per l’Afghanistan: due borse laterali in alluminio, uno zaino militare legato con reti elastiche che farebbero piangere un carrarmato, uno sleeping bag da −30° (che si rivelerà comunque insufficiente), e circa quattro chili di vestiti termici sovrapposti uno sull’altro come un millefoglie di pile e Gore-tex.
La moto ha la stessa espressione rassegnata di un mulo che sa dove sta andando ma non può fare niente per evitarlo.
Siamo in due. L’altro – lo chiamerò L., per ragioni di privacy che lui apprezzerebbe ma che ignoro sistematicamente – ha caricato la sua GS con la stessa filosofia militaresca. Entrambe le moto sembrano il risultato di un incrocio tra un negozio surplus militare e un campo profughi ambulante.
La GS carica per la partenza – autogrill sull’A22, zona Bolzano
A Bolzano: l’ultimo caffè caldo della storia nota
Sosta al casello di Bolzano, Shell, caffè bollente. È l’ultimo caffè bevuto in condizioni climatiche normali. Da questo momento in poi ogni pausa sarà un esercizio di resistenza, e ogni tazza di qualcosa di caldo sarà guadagnata con la fatica.
Sullo sfondo le Alpi si stagliano chiare e taglienti come lame. Qualcuno ha dipinto il cielo di azzurro ghiacciato, il tipo di azzurro che non promette niente di buono a chi viaggia su due ruote.
La deviazione: Praga
Esistono due tipi di motociclisti: quelli che vanno dritti, e quelli che deviando di trecentocinquanta chilometri per passare da Praga lo chiamano “la strada più logica.”
Apparteniamo alla seconda categoria.
Praga in gennaio è una cartolina di pietra grigia e cielo piombo che incombe sulle cupole della città vecchia. Il Moldava scorre lento sotto i ponti, con quella flemma aristocratica di chi ha visto di tutto e non si stupisce più. Parcheggiamo le moto in uno slargo vicino al Ponte Carlo – due bestie cariche di bagagli mimetati, un po’ fuori contesto tra i turisti giapponesi e i piccioni.
È il tipo di città che meriterebbe almeno tre giorni. Noi le dedichiamo due ore e mezzo e un boccale di Pilsner Urquell bevuto in piedi davanti al banco di un pub che non ritroveremo mai su Google Maps, ma che ricorderemo come il posto più caldo dell’intera settimana.
Poi si riparte verso nord-ovest. La Germania ci aspetta, e con lei il freddo serio.
In Germania: il picnic più improbabile d’Europa
Il confine tedesco si attraversa quasi senza accorgersene, ma il clima segnala il cambiamento con un aggiornamento immediato: la temperatura scende, la neve compare sulle spallette autostradali, e l’aria assume quella consistenza metallica che taglia il respiro attraverso il casco.
Ci fermiamo in un’area di sosta della Bundesautobahn. C’è un tavolino di cemento. C’è un bidone con su scritto NUR REISEMÜLL. C’è un cielo che mette paura. E c’è L. che tira fuori dallo zaino, con la solennità di un cardinale che officia messa, un fornellino da campo, una pentola, del risotto in busta, e una bottiglia di Barbera d’Asti.
Il pranzo al gelo – area di sosta della Bundesautobahn
Il risotto cuoce mentre le auto sfrecciano a centotrent’all’ora. Il Barbera, servito a circa quattro gradi sopra lo zero, ha un bouquet interessante di congelamento precoce e dignità ferita.
È stato, oggettivamente, uno dei pranzi migliori della mia vita.
23 gennaio, sera – Il Gasthof nell’oscurità
Arriviamo nell’area dell’evento a buio fitto. L’abete accanto al parcheggio è coperto di brina. Il Gasthof ha finestre illuminate di giallo caldo e l’odore di stinco di maiale che filtra dalle pareti. Dentro c’è caldo, birra, e un gruppo di tedeschi enormi che ci guardano con la benevola condiscendenza di chi è abituato a vedere italiani fuori stagione.
Le moto nel cortile del Gasthof – 23 gennaio, notte
Quella notte dormo in una stanza, nel letto, sotto due coperte. È l’ultima notte di civiltà per un po’.
24 gennaio – Allestimento del campo
Il sito dell’Elefantentreffen è una conca boschiva con baracche-bar e un campo aperto dove si pianta di tutto: tende igloo da spedizione, canadesi degli anni Ottanta, tendoni da campo militare. Il terreno è mezzo fango, mezzo foglie marce, coperto di balle di fieno.
Intorno a noi si costruisce lentamente un villaggio temporaneo di motorrad-irriducibili da tutta Europa. C’è chi ha già acceso il fuoco alle tre del pomeriggio. Sono matti. Siamo matti. Funziona.
25 gennaio, ore 09:00 – L’evento
Il giorno dell’evento inizia con una nebbia da fine del mondo. La scritta 52 JAHRE ELEFANTENTREFFEN campeggia su due striscioni blu giganteschi all’ingresso. Sotto, una fiumana di persone imbacuccate si muove come un esercito in marcia.
52 Jahre Elefantentreffen – l’ingresso ufficiale, 25 gennaio 2008
Le moto sono ovunque. E quando dico ovunque, intendo in ogni angolo, su ogni superficie, parcheggiate in modo che sfida qualsiasi logica urbanistica.
Il fango
Il campo, nel pomeriggio, è un mare di melma. Ogni passaggio di moto ha scavato solchi profondi. Ogni scarpa che cammina affonda. Qualcuno spinge la propria moto carica in mezzo a questo pantano con la calma zen di chi ha già accettato la situazione e smesso di combatterla.
Il campo a metà pomeriggio – fango, moto, grigio. 25 gennaio 2008, ore 16:49
Il terreno non è solo bagnato: è vivo. Si muove. Risucchia. Un paio di stivali da moto che non siano almeno al ginocchio sono di fatto inutili. Qualcuno ha portato gli stivali da pesca. Qualcuno ha portato direttamente i ghepieri da montagna. Due tizi stanno spingendo un sidecar vintage fuori da un avvallamento con l’espressione di chi non sa se ridere o piangere, e ha deciso per il momento di non fare né l’una né l’altra.
Il tramonto dei mille fuochi
Nel pomeriggio tardo i fuochi da bivacco cominciano ad accendersi uno dopo l’altro, come una moltiplicazione spontanea. La vista dall’alto del campo al crepuscolo è straordinaria: le colline innevate sullo sfondo, il cielo che vira al grigio-rosa, e dal basso una decina di colonne di fumo che salgono dritte nell’aria ferma.
La conca del campo al tramonto – diecimila persone, cento fuochi, un cielo di gennaio. Ore 16:46
È una specie di Woodstock invernale del motociclismo. O un’evacuazione ordinata. Le due cose, a un certo punto, si assomigliano.
L’elefante
L’Elefantentreffen si chiama così per una ragione. E quella ragione, alle 17:00 del 25 gennaio, si materializza nel buio del campo: una moto – non è chiaro quale marca o anno, di quelle informazioni non rimane traccia sotto la carrozzeria trasformata – ha montata sul davanti una testa d’elefante a grandezza quasi naturale. Con le zanne. Con gli occhi che guardano.
La moto-elefante – simbolo vivo dell’evento. 25 gennaio 2008, ore 17:03
La guida un tizio con la giacca di pelle coperta di toppe. Passa lento tra la gente. La gente si scansa. Nessuno dice niente. È normale. Qui è tutto normale.
25 gennaio, ore 18:15 – La notte al campo
La notte al campo dell’Elefantentreffen è un’esperienza che si iscrive in modo permanente nella memoria, per ragioni che non hanno niente a che vedere con il comfort.
Il termometro scende. Scende forte. Mentre siamo seduti intorno al fuoco – io, L., e due tedeschi conosciuti due ore prima di cui non ricordo il nome ma di cui apprezzo moltissimo la scorta di schnapps – la temperatura tocca i meno sedici, poi i meno diciotto.
Nel bosco, qualcuno prepara la cena con il frontale in testa e la mimetica, come se fosse una normale serata in montagna. Il tavolo da campo è coperto di barattoli, bottiglie, pentole. Il vapore sale nell’aria gelata.
Il campo-cucina di notte – frontale, mimetica, barattoli di olive. Ore 18:15
Il fuoco brucia bene. La fiamma illumina le facce con quel chiaroscuro che piacerebbe a Caravaggio se dipingesse motociclisti ubriachi di freddo e birra. Intorno, le luci delle altre tende disegnano costellazioni a livello del suolo.
Tenda, fuoco, fumo e notte – bivacco nel bosco bavarese. Ore 18:16
A un certo punto qualcuno lancia razzi. Poi qualcun altro. Dal basso, seduti vicino alle moto, si vedono le scie luminose aprirsi nel buio sopra le sagome scure delle tende. È una scena assurda e bellissima.
Fuochi nella notte del campo – visti dal basso, sopra le moto e le tende. Ore 17:31
Dormo quella notte in sacco a pelo dentro la tenda. Sopra il sacco a pelo ho messo il giubbotto tecnico. Sopra il giubbotto ho messo la giacca. Sopra la giacca ho messo – letteralmente – quello che trovavo. Il cappellino camo non l’ho tolto nemmeno per un secondo.
Ho dormito. Non benissimo. Ma ho dormito. Questo conta come una vittoria.
26 gennaio – La partenza
La mattina porta un sole invernale che filtra tra i pini: le tende coperte di brina, le moto come sculture nel gelo. Smontiamo il campo. Carichiamo le moto. Il rituale è lento e sacrale: ogni borsa al suo posto, ogni elastico al suo gancio.
La GS parte al primo colpo. Ovviamente. È una BMW, non è un uomo: non sente il freddo. Attraversiamo la Germania verso sud, poi l’Austria. Quella notte ci fermiamo nell’alta Valtellina, prima di Livigno.
27 gennaio – Il valico, gli sci, la tempesta
Il ritorno non è una replica del viaggio di andata. Il ritorno è un’altra cosa.
All’alba del 27 gennaio il panorama dalla finestra vale da solo il viaggio: le cime innevate del Bernina, il cielo ancora violetto, il paese sotto che comincia ad accendersi di luci. Silenzioso e assoluto come solo la montagna d’inverno sa essere.
Alba su Livigno – 27 gennaio 2008, ore 07:46
Poi si parte. E il passo è quello che è.
Le pareti di neve ai lati della strada superano i tre metri. In certi punti il valico è un corridoio scavato nella neve, stretto, con le pareti bianche che salgono verticali come le mura di una fortezza. La strada è ghiaccio ricoperto da un velo di sabbia sparsa dagli spazzaneve. Il vento soffia di traverso e solleva la neve in raffiche che accecano.
Il corridoio di neve – pareti di tre metri ai lati. Valico alpino, ore 12:38
La GS avanza. Non veloce. Non sicura. Ma avanza. Le gomme tassellate mordono quel che possono. È quello il momento in cui si capisce che le strade alpine in pieno gennaio non sono strade: sono prove di carattere.
Sul valico aperto – neve, vento e ghiaccio a perdita d’occhio. Ore 12:39
A un certo punto ci si ferma.
Non per scelta. Per necessità. Un tratto del passo è ghiaccio vivo, lastra pura, e le ruote non mordono. Niente. Girano a vuoto, o meglio: scivolano. La moto è ferma come un soprammobile di lusso in mezzo alla neve. È in quel momento che L. tira fuori gli sci.
Gli sci.
Due lamelle metalliche piatte, probabilmente ricavate da qualcosa che in una vita precedente era altro, fissate con morsetti sotto il telaio della GS, tra i cilindri e il suolo. L’idea è elementare: se le ruote non tengono, si scivola. E scivolando, si va avanti lo stesso. Il motore gira, gli sci distribuiscono il peso sul ghiaccio invece di cercare di perforarlo inutilmente.
È una soluzione che un ingegnere BMW avrebbe rigettato inorridito. Che un assicuratore avrebbe fatto finta di non vedere. Ma che, sul Passo di Foscagno, il 27 gennaio 2008 alle 13:08, funziona.
Gli sci montati sotto il telaio della BMW GS – la soluzione per il ghiaccio vivo. Passo alpino, 27 gennaio 2008, ore 13:08
Ripartiamo. La discesa verso valle avviene in mezzo a una tormenta che si alza all’improvviso, come se il valico volesse l’ultima parola. Nevica di traverso, il vento spinge, la strada davanti si vede a tratti. Si va lo stesso, ovviamente. Si è fatta tutta questa strada per fermarsi adesso?
Discesa nella tormenta – visibilità quasi zero, vento di traverso. Ore 13:18
A Bormio la tormenta finisce come era cominciata: di botto. Esce il sole. L’asfalto torna asfalto. La GS si ricorda di essere una moto e non un bob. Si tolgono gli sci, si rimettono in borsa, si riparte verso sud.
A Bolzano mi fermo alla stessa Shell dell’andata. Stesso tavolo, stessa luce di fine pomeriggio. Ordino un cappuccino. Lo bevo in piedi.
È, senza ombra di dubbio, il caffè più buono che abbia mai bevuto in vita mia.
Coda: perché lo si fa
Sono ripartito, alla fine. L’anno dopo.
Non lo si fa nonostante il freddo, il fango, il sacco a pelo insufficiente, il risotto mangiato sul bordo dell’autostrada tedesca con le dita intirizzite. Lo si fa per tutto quello.
Perché ci sono esperienze che valgono esattamente quello che costano in termini di comfort fisico. Diecimila persone da tutta Europa che piazzano una tenda in un bosco bavarese a gennaio, accendono un fuoco, e stanno lì. Senza uno scopo preciso.
Solo lì, con le moto, al freddo, felici.
Matti, sì. Ma felici.
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Elefantentreffen, 52ª edizione – Gennaio 2008
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