C'è un limite all'ironia della storia. Si raggiunge quando un bue muschiato — animale notoriamente contemplativo, ruminante, con un rapporto col tempo diametralmente opposto a quello degli sprintatori — decide di montare in sella a una Suzuki Hayabusa nera carica come un muletto afghano e puntare verso nord lungo il Danubio.
Hayabusa, in giapponese, significa falco pellegrino. Il rapace più veloce del mondo. Questo dovrebbe far riflettere. Era il 24 aprile 2010, una di quelle giornate bavaresi in cui il cielo decide di essere blu con un'intensità quasi offensiva, come se si stesse candidando a qualcosa.
Il bue muschiato aveva attraversato paesi senza nome celebre ma con Rathaus e Maibaum e HypoVereinsbank — quei set perfetti della Germania provinciale dove sembra di essere in un film di Wim Wenders girato con budget ridotto. Piazze lastricate, caffè all'aperto con le sedie ancora fredde, la Sparkasse che presidia l'angolo come un notaio di quartiere.
La Hayabusa era parcheggiata in un angolo di questa ordine bavarese come un elemento di disturbo deliberato. Nera, lucida, carica in modo che sfidava ogni criterio di aerodinamica: borse laterali, sacca sul serbatoio, casco bianco sopra al tankbag, e sul sedile posteriore una montagna di roba legata con la rete rossa come se il bue muschiato stesse sgomberando un appartamento a trecento chilometri orari.
Sulle carene, le targhette dei paesi attraversati: A, CZ, SK, SLO, e poi la Union Jack insieme al Sol Levante e al tricolore italiano. Una moto con più passaporti di un diplomatico. La targa era italiana — DC 28866 — come a ricordare da dove si veniva, nel caso si dimenticasse durante qualche curva lunga.
Si era fermato sulla riva del Donau — che qui scivola pigro tra pioppi e salici ancora incerti se vestirsi completamente di verde — e aveva contemplato per esattamente quattro minuti quello che i locali chiamano paesaggio e i motociclisti chiamano benzina per i ricordi.
Il Danubio, bisogna dirlo, se ne infischia dei motociclisti. Scorre da duemilasettecento anni, ha visto Romani, Unni, Carolingi e turisti olandesi in bicicletta. Un bue muschiato in sella a una supersportiva carica di bagagli rientra nella categoria del folklore locale, al pari del Maibaum e della Weißwurst.
Poi Ratisbona. Regensburg. La curia dell'Impero, la città romana di Castra Regina, la sede dei Dieta imperiali. Il posto dove Kepler è morto e dove il Danubio incontra il Regen come se avesse un appuntamento fisso da duemila anni.
Il bue muschiato aveva parcheggiato la Hayabusa nel dedalo di vicoli e si era avvicinato al Duomo a piedi. Cosa che già di per sé costituisce un evento degno di nota, per chi è abituato a ragionare in termini di cavalli vapore.
Il Dom Sankt Peter è gotico nel modo in cui solo i tedeschi sanno essere gotici: senza mezze misure, senza scuse, con una coerenza formale che rasenta l'ossessione. I contrafforti si moltiplicano lungo il fianco come costole di un animale preistorico. I gargoyle guardano dall'alto con la tipica espressione di chi ha visto passare troppe generazioni di turisti.
Il bue muschiato ha alzato il muso verso quelle torri, ha annuito. Le guglie bucano il cielo blu con la precisione di chi non sta cercando compromessi. La facciata principale brulicava di turisti in visita guidata, macchine fotografiche al collo, dépliant in mano — inconsapevoli comparse nell'epopea silenziosa del bue muschiato.
Toccata e fuga, appunto. Come Bach, come i barbari, come chiunque sia passato da queste parti nei secoli con l'impressione di avere altro da fare. La Hayabusa aspettava in qualche vicolo con la pazienza di un falco sul posatoio.
Il bue muschiato è rimontato in sella, ha verificato che la rete rossa reggesse ancora tutto, e ha puntato verso il prossimo posto su questa terra che merita quattro minuti di contemplazione e una fotografia.
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