C'era una volta — e non è una favola, è cronaca — un'epoca in cui suggerire a tuo figlio di iscriversi a Filosofia o Antropologia equivaleva, secondo i Sapienti del PIL, a prenotargli un futuro da cameriere con la laurea appesa sopra il bancone del bar.
«Studia qualcosa di concreto», dicevano. «Matematica. Ingegneria. Informatica. Il futuro è dei tecnici.»
Il Buemuschiato ascoltava, annuiva con la sua espressione da ruminante stoico, e continuava a leggere Hegel. Perché il Buemuschiato ha tutto il tempo del mondo — vive nell'Artico — e sa che le mode passano, anche quelle intellettuali.
Poi è arrivata l'AI.
E con l'AI è arrivata la Grande Inversione: i lavori che si stanno sgretolando sotto i piedi non sono quelli del laureato in Lettere che scriveva due articoli a settimana per sopravvivere — sono quelli del perito elettronico, del programmatore junior, dello strutturista che calcola i solai, del matematico da excel aziendale. Le macchine fanno i conti meglio degli umani. Lo fanno più veloci, più a buon mercato, senza ferie.
Quello che le macchine non sanno fare — almeno non ancora, non davvero — è capire perché certe cose contano. Perché una comunità resiste. Perché una legge è giusta o ingiusta. Cosa significa crescita umana quando non la misuri solo in percentuali di PIL.
Serve qualcuno che insegni all'AI a ragionare nell'interesse generale. E quella persona, sorprendentemente, si chiama filosofo, antropologo, psicologo, sociologo — gli stessi che vent'anni fa si sentivano rispondere «e con questo, cosa fai?»
Il Buemuschiato non esulta. Non è nel suo carattere.

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