C'è una canzone che gira in questo periodo — Sticks & Stones di Abi Z — che parla di qualcosa di preciso: i potenti che scatenano conflitti da lontano e lasciano agli altri il conto da pagare. È una metafora musicale.
Ho guardato e ascoltato il video e ho pensato al mio lavoro.
Nel real estate, metafora di questa canzone è diventata un modello di business. Gaza è l'esempio più estremo e più visibile in questo momento.
Prima la distruzione sistematica di un territorio. Poi — mentre le macerie sono ancora calde — i progetti: resort, waterfront, real estate di lusso. Capitali pronti, rendering già circolanti. Il mercato immobiliare come atto finale di un conflitto, non come sua conseguenza.
Non è la prima volta.
La storia del real estate internazionale è costellata di territori devastati trasformati in opportunità di investimento da chi aveva già pronto il piano B. È successo dopo il tsunami in Sri Lanka, dopo Katrina a New Orleans, nei Balcani degli anni Novanta. Il copione si ripete: la crisi abbatte i prezzi, azzera i diritti, svuota i titoli di proprietà. E qualcuno compra.
Si chiama disaster capitalism. Nel mattone assume una forma particolarmente concreta e duratura: le case non si spostano, i territori restano, e con loro la memoria di come sono stati acquisiti.
La mia io e la mia T4 crediamo che il mercato immobiliare abbia una responsabilità che va oltre il rendimento.
Fare advisory seria significa saper leggere l'etica di un'operazione, non solo la sua redditività. Significa chiedersi da dove viene un asset, cosa ha attraversato, chi ne ha pagato il prezzo.
Perché il valore di un immobile non si misura solo in euro al metro quadro. Si misura anche su chi lo ha pagato — e come.
Nessun commento:
Posta un commento