Noi buoi muschiati, quando uno del branco cade, facciamo cerchio. Corniamo verso l'esterno, ci stringiamo, difendiamo il ricordo del caduto anche fisicamente, con i corpi. È un gesto arcaico, poco elegante, e infatti nessun ufficio marketing ce lo ha mai insegnato: ce lo ha insegnato la tundra, che non fa comunicati stampa ma pretende comunque rispetto.
Le aziende a due ruote, invece, hanno inventato un sistema più raffinato: il cerchio lo fanno gli uffici legali, e guarda caso si stringe attorno al bilancio, non attorno al morto.
Il 17 agosto 2011 muore a Varese Claudio Castiglioni. L'uomo che nel 1985 compra una Ducati che produce, con ottimismo, poco più che debiti, e la restituisce al mondo come mito. MV Agusta, che pure lui presiedeva, non perde un minuto: comunicato ufficiale, parole vere, funerali con il rombo dei motori. Del resto un'azienda di famiglia il lutto lo sa fare, perché il fondatore lo ha visto a tavola, non solo in un organigramma.
Ducati, nel frattempo, era già altrove da quindici anni — venduta, ristrutturata, ottimizzata. E per l'uomo senza il quale a Borgo Panigale oggi si assemblerebbero forse motori diesel per barche, il silenzio è stato quasi perfetto. Non un comunicato ufficiale che sia rimasto agli annali. Non una riga che rendesse, a nome dell'azienda, quello che ogni giornalista di settore ha scritto spontaneamente il giorno dopo.
Durante una delle mie consuete transumanze negli archivi digitali (io scavo, non so bene cosa cerchi, ma trovo sempre qualcosa), è riemerso quello che sembra un fondo di bozza — mai firmato, mai uscito, probabilmente mai davvero esistito se non nella testa di chi, quel giorno, avrebbe voluto scriverlo. Lo riporto qui per intero, con le annotazioni a margine che qualche solerte ufficio interno gli avrebbe apposto, se fosse mai arrivato sulla scrivania giusta.
BOZZA COMUNICATO STAMPA — Rif. Est_2011_08 — NON PROTOCOLLATO
"Ducati Motor Holding si unisce al cordoglio per la scomparsa di Claudio Castiglioni, l'uomo che nel 1985 ha creduto in questo marchio quando pochi altri lo avrebbero fatto, e lo ha portato dalla crisi al trionfo mondiale con modelli come la 851 e la leggendaria 916. A lui dobbiamo, in larga parte, il fatto di essere ancora qui a raccontare la nostra storia."
Nota Ufficio Comunicazione: verificare se citare un ex proprietario rientri nel piano editoriale del trimestre. Rischio di confusione con il brand attuale.
Nota Ufficio Legale: valutare implicazioni in relazione ai passaggi societari successivi al 1996. Si consiglia stand-by.
Nota Marketing: il tono commemorativo non si allinea al calendario lanci di settembre. Riprogrammare, eventualmente, per anniversario tondo.
Timbro: ARCHIVIATO — non pervenuto in Direzione. Verificare con prossimo passaggio di proprietà.
Non so voi, ma io da bue trovo tutto questo di una coerenza quasi ammirevole.
Un'azienda che vive di eredità — il rombo del bicilindrico, la carena rossa, il mito di Borgo Panigale — e che davanti all'uomo che quell'eredità l'ha rifondata dal nulla, ha scelto la forma più elegante di ingratitudine: non negarla, semplicemente non protocollarla.
Noi bovidi, si sa, abbiamo la memoria corta per tutto tranne che per una cosa: chi ci ha salvato dall'estinzione. Forse è per questo che siamo ancora qui, e in cerchio.
UnBue Muschiato
P.S. — Per chi si fosse impigliato nelle corna: il "fondo di bozza" qui sopra è un esercizio di fantasia bovina, non un documento realmente rinvenuto negli archivi di alcuna azienda. Le annotazioni a margine sono invenzione, gli uffici citati sono generici, e nessun comunicato specifico è qui attribuito a persone reali. Se la realtà, per assurdo, coincidesse con la finzione, sarebbe pura coincidenza — o forse solo la prova che i buoi muschiati capiscono la burocrazia meglio di quanto vorrebbero.

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