giovedì 23 aprile 2026

Il Cavaliere Sgualcito e la Locanda del "New Inn"

Prologo: L'Arrivo Glorioso

 Era una grigia mattina del Settembre dell'Anno del Signore 1347 — o forse 2023, i dettagli storici sono sempre stati la mia debolezza — quando io, Sir unBueMuschiato da Tradate, cavaliere errante del Regno di Lombardia, giunsi finalmente a Gloucester su un destriero bianco (il destriero bianco era in realtà una GsAdv1200, ma aveva l'aria molto nobile).

La mia armatura tintinnava ad ogni passo. Non per maestosità — semplicemente si era arrugginita durante la pioggia del Dorset e ora produceva il suono di una lavatrice con un mattone dentro.

Capitolo I: L'Ingresso nel Cortile Sacro
Quando varcai l'arco del New Inn, il mio cuore si gonfiò di meraviglia.
Il cortile medievale si apriva davanti a me come una visione: le travi nere sul bianco, i balconi fioriti, le panche di legno chiaro disposte in fila come soldati fedeli. Persino gli ombrelloni blu di Peroni avevano un che di... beh, non proprio cavalleresco, ma con la luce giusta sembravano stendardi azzurri di qualche casata nobile.
"Oste! OSTE!" gridai con voce tonante.
Una signora con un grembiule mi guardò dalla finestra.
"Hai una prenotazione?"
"I cavalieri erranti NON prenotano! Essi arrivano e conquistano!"
"Abbiamo solo la camera 7 disponibile. Colazione inclusa, 89 sterline."
Conquistai la camera 7.


Capitolo II: La Camera del Destino
La camera era... medievale nel senso autentico del termine. Ovvero: le travi del soffitto erano così basse che ogni volta che mi alzavo dal letto ricevevo una benedizione involontaria sulla fronte.
"Per la gloria del regno!" esclamai la prima volta.
"Per Sant'Giorgio!" la seconda.
"PORCA PUTTANA" la terza. I cavalieri sono pur sempre umani.
Il pavimento scricchiolava come un'orchestra di legno stagionato. Ogni mio passo notturno verso il bagno era accompagnato da una sinfonia che svegliava presumibilmente tutti gli altri ospiti e probabilmente anche qualche fantasma del XIV secolo.
Uno di questi fantasmi — un tale Sir Reginald, morto nel 1389 per un'indigestione di selvaggina — si presentò alle 3 di notte lamentandosi del rumore.
Gli chiesi se voleva dividere la stanza.
Rifiutò. I fantasmi inglesi sono molto riservati.
 
Capitolo III: La Tavola del Banchetto (La Colazione)
La mattina seguente, scesi nel cortile per il sacro rito della colazione.
Mi sedetti ad una panchina di legno con la solennità di un re che prende posto sul trono. Ordinai il Full English Breakfast con la voce di chi sta ordinando la carica della cavalleria leggera.
Arrivò un piatto enorme.
Uova. Bacon. Salsicce. Fagioli in salsa di pomodoro. Toast. Funghi. Pomodori grigliati.
Piansi di gioia.
Avevo combattuto draghi immaginari, percorso strade desolate, sopportato tre colpi in testa — ma quel piatto rendeva ogni sacrificio degno.
Mangiai con l'entusiasmo di un cavaliere che non mangiava dalla tappa precedente.
 
Capitolo IV: L'Avventura della Sera
La sera, il cortile si trasformò.
Le luci si accesero. La gente riempì le panche. Qualcuno suonava qualcosa di lontano. Le ombrelloni di Peroni sembravano ora davvero stendardi di un banchetto reale.
Ordinai una birra.
Poi un'altra.
Poi tentai di raccontare le mie gesta ad alcuni avventori locali.
Mi ascoltarono con la cortesia tipicamente britannica — ovvero con sorrisi educatissimi e sguardi che dicevano chiaramente "questo italiano è ""fuori" — finché uno di loro, un signore di nome Dave, non disse:
"Sai, questa locanda è davvero medievale. Costruita nel 1457."
"Lo sapevo!" esclamai trionfante. "Si sente nell'aria! Si sente nelle travi! Si sente nel pavimento che—"
Mi ero alzato troppo in fretta sotto un trave del portico.
Dave mi offrì un'altra birra.
Accettai. I cavalieri sanno quando essere umili.
 
Epilogo: La Partenza Gloriosa
La mattina della partenza, Sir UnBueMuschiato da Tradate indossò la giacca Gore-Tex (ora definitivamente inutile contro la pioggia orizzontale del Somerset) e si avviò verso la GS parcheggiata sul lastricato medievale.
Si girò un'ultima volta.
Il New Inn era lì, immobile, come stava lì da sei secoli. Aveva visto re e mendicanti, pellegrini e mercanti, turisti con selfie stick e buoi muschiati lombardi con moto tedesche. Lo salutai con un inchino solenne.
Una trave mi colpì sulla testa.
"ADDIO, NOBILE LOCANDA!"
Sir UnBueMuschiato indossò i guanti — gesto lento, rituale, quasi sacro. Abbassò la visiera. Ingranò la prima.
E così il Bue Muschiato lasciò Gloucester, il New Inn, le travi medievali e i tre bernoccoli sulla fronte, dirigendosi verso nord, verso la pioggia, verso la prossima locanda, verso la prossima avventura — con il cuore pieno di meraviglia medievale e una colazione che lo avrebbe sostenuto fino almeno a Bristol.
La GS scomparve oltre l'arco medievale con la dignità di chi sa esattamente dove va.
(Stava andando verso il Lake District. Ci avrebbe messo 4 ore. Avrebbe piovuto per 3 ore e 50 minuti.)
Perfetto.
 
"Non tutti i cavalieri portano armature di ferro.
Alcuni portano Gore-Tex, una BMW boxer e la pazienza infinita di chi sa che la strada migliore è sempre quella bagnata."

lunedì 20 aprile 2026

#StanTrek – La Strada per Nukus

L'ombra sul fondo della foto dice tutto: una moto, uno spostato e davanti — il nulla. Un nulla che però ha un nome. "Nukus". Tre sillabe che brillano sull'orizzonte come un miraggio di metallo arrugginito, sospese tra la steppa ocra e il cielo impassibile del Karakalpakstan.


L'asfalto — se ancora lo si può chiamare così — è una promessa non mantenuta. Il sole del Kizilkum non perdona: cuoce la terra, cuoce le rocce, cuoce il catrame fino a trasformarlo in qualcosa di indefinito, una pasta scura che si apre in crepe longitudinali, in solchi profondi come ferite. Le ruote ci affondano dentro con un sinistro borbottio molle. Tengo i polsi bassi, respiro piano. So che la moto può decidere di sua volontà dove andare, in certi momenti.
 
Il termometro ha toccato i 51 gradi a mezzogiorno.
 
Cinquantuno.
 
Non è un numero — è uno stato fisico. L'aria non si respira, si mastica. L'orizzonte trema come se stesse ridendo. La tuta è un forno ambulante, ma toglierla vorrebbe dire offrire la pelle al sole come un sacrificio, e il sole qui accetta volentieri. Bevo, riparto. Bevo ancora. Ogni bottiglia d'acqua è tiepida dopo dieci minuti, ma è vita lo stesso.
 
Di giorno il deserto è duro e onesto. Mi mostra tutto: la strada che si perde lontano, i cespugli secchi, i camion che arrivano frontalmente sulla mia corsia con la tranquillità di chi sa di pesare venti tonnellate. Loro ovviamente hanno sempre ragione ma ho tempo di reagire. Appena appena.
Ma è di notte che il Kizilkum diventa un altro posto.
 
Di notte il deserto si sveglia.
 
Si sveglia piano, con discrezione. Prima i gechi — minuscoli, veloci, appaiono nel cono della luce come stelline che cadono in orizzontale. Poi i serpenti: attraversano la strada con la loro calma ancestrale, indifferenti alle ruote, convinti di avere la precedenza. E probabilmente ce l'hanno.
 
Poi i cammelli.
 
I cammelli del Kizilkum sono liberi, non recintati, e di notte pascolano esattamente dove gli pare — che sia la steppa, o la carreggiata, o in mezzo della carreggiata. Sono scuri, altissimi, e a 80 km/h nel buio appaiono con un anticipo che a volte si misura in metri. L'impatto con un cammello in moto non è una statistica — è un ricorrente epitaffio.
 
Quindi vado piano e lento. Ascolto la notte. Guardo le sagome che si muovono ai lati. Sento odori di terra calda e di animali, di qualcosa che mi sembra antico e senza nome.
 
E poi, a un certo punto, appare. "Nukus". Le lettere arrugginite che ho visto da lontano per chilometri, sempre allo stesso posto sull'orizzonte, come se non ci arrivassi mai.
 
Poi ci arrivo.
 
Mi fermo. Motore spento. Silenzio.
 
Cinquantuno gradi, asfalto sciolto, serpenti, cammelli, gechi, e io ancora qui, con la mia ombra lunga sulla strada davanti.
 

venerdì 17 aprile 2026

Io, l’Ammortizzatore di Sterzo: cronache di un eroe non celebrato

 


Mi chiamo Ammortizzatore di Sterzo.  
Sì, proprio io: quello che nessuno fotografa, nessuno tagga, nessuno ringrazia.  
Eppure, senza di me, la tua amata Ténéré avrebbe già fatto più serpentine di un ubriaco al luna park.

Sono l’eroe silenzioso.  
Il bodyguard del manubrio.  
Il risolutore di problemi, come quelli de Le Iene, solo che io non ho la giacca nera… ho l’olio idraulico.

La mia vita non è facile
Tu pensi che l’off‑road sia duro per te?  
Prova a farlo essendo un cilindro di metallo che deve tenere a bada:
- pietre grandi come debiti fuori controllo  
- radici che spuntano come tasse inaspettate  
- sabbia che ti fa sbandare come quando leggi “aggiornamento firmware disponibile”  
- e soprattutto… la tua mano destra quando decide che “un po’ più veloce non fa male”

Io sono lì, sempre.  
Non giudico.  
Non commento.  
Non dico “te l’avevo detto”.  
Io assorbo. Sempre.

Quando la ruota anteriore decide di improvvisare una coreografia di breakdance, io entro in scena.  
Quando il manubrio vuole imitare un frullatore, io lo riporto alla ragione.  
Quando tu, caro pilota, ti senti un po’ troppo Marc Coma, io ti ricordo che sei… beh, tu.

E lo faccio con amore.  
Perché l’off‑road non è solo fango e adrenalina.  
È poesia.  
È libertà.  
È quel momento in cui la moto scivola, tu trattieni il fiato… e io ti salvo la giornata.

Un giorno, forse, qualcuno farà un post dedicato a me.  
Una foto.  
Una storia.  
Un “grazie per avermi tenuto dritto quando la pietra sembrava un meteorite”.

Non chiedo molto.  
Solo un po’ di riconoscenza.  
E magari una revisione ogni tanto, perché anche gli eroi hanno bisogno di coccole.

Io sono l’Ammortizzatore di Sterzo.  
Non faccio rumore.  
Non cerco gloria.  
Ma quando il sentiero si fa cattivo, quando la moto balla, quando la tua vita ti passa davanti…  
…io sono lì.  
A risolvere problemi.  
Come in Le Iene.  
Solo con più fango.

Epitaffio per te amica mia.

 

Qui non giace ferro.

Giace polvere del Kazakistan,
fango del Tajikistan,
sale dell'Uzbekistan,
pietra del Kirghizistan,
e il vento del Turkmenistan
ancora intrappolato sotto le carene.

Ha attraversato strade che non erano strade,
confini che non volevano aprirsi,
notti a tremila metri
dove il freddo stringeva i bulloni
come volesse tenerla ferma per sempre.
Non è caduta in battaglia.

È stata smontata da mani umane —
la peggiore delle morti per chi
non ha mai smesso di correre.

La Road of Bones è là,
la Siberia del Nord aspetta,
la Mongolia tace e non dimentica.
Quelle strade non sono chiuse —
sono rimaste con te.

Ma tu, vecchia, sorriderai.

Dal posto dove vanno le moto che hanno vissuto,
guarderai nuovi viaggi nascere,
nuove ruote sporcarsi di quella stessa polvere,
e sarai contenta.

Hai fatto la tua parte.

E che parte.

Viaggia bene, vecchia mia

giovedì 16 aprile 2026

Il Passo Invisibile

La sera prima, il campeggio di Guillestre era quasi deserto.

Avevo piantato la tenda in un angolo d'erba vicino al torrente, e il K riposava appoggiato al cavalletto laterale con quell'aria orgogliosa e un po' sbrindellata di chi ha già macinato strade che non compaiono sulle carte normali. I bagagli erano ancora legati — casco bianco sul portapacchi, il sacco nero gonfio di tutto il necessario — perché domani si sarebbe ripartiti presto, e slacciare tutto per una notte sola sembrava quasi scaramantico.
 
Avevo comprato una bottiglia di Côtes du Rhône da un tipo con la barba bianca che gestiva uno spaccio a pochi chilometri. "Vai al Parpaillon domani?" aveva chiesto l'uomo, guardando la moto. "Porta qualcosa di caldo."

Ho annuito, pagato, e non ho aggiunto altro.

Il vino era buono. Davvero buono.

Seduto su una coperta fuori dalla tenda, bicchiere in mano, guardavo la luna salire sopra la cresta delle Alpi come se stesse cronometrando la sua partenza. Chiara, quasi piena, abbastanza alta da proiettare ombre nette sull'erba umida. Nessuna connessione. Nessun segnale. Nessuna necessità.

 
Ho bevuto lentamente, guardato le stelle comparire una per volta sopra il Queyras, e ho pensato — come si pensa solo in certi momenti di solitudine ben riuscita — che forse non c'era nessun altro posto al mondo in cui avrei voluto essere quella sera.
 
Poi andai a nanna.
 

Il mattino era freddo e limpido come una lama.
 

Quando sono partito il campeggio dormiva ancora. Il K attaccò al primo colpo, come sempre quando l'aria è rarefatta e il motore è riposato. La strada verso il tunnel iniziava dolcemente, poi si alzava con quella progressività tipica delle strade militari francesi: costruite per portare cannoni, non per essere comode.
 
Dopo Ceillac la pista diventò seria.
 
Pietra grigia, i tornanti stretti dove bisognava stare sui pedali a reggere il peso e affidarsi alla trazione. Il K — carico com'era — ondeggiava ma teneva. Salivo con quel ritmo che si impara solo dopo migliaia di chilometri di sterrato: peso indietro in salita, sguardo lungo, mai fissare la pietra che non vuoi prendere.
 
Il tunnel del Parpaillon apparve a 2.637 metri come un buco nero nella montagna.
 
 
Lungo 520 metri, buio totale, pavimento di ghiaccio compatto. Entrai lentamente. Il freddo fu immediato e fisico, come una porta chiusa in faccia. Il rumore del motore si moltiplicò sulle pareti di roccia grezza fino a diventare qualcosa di primordiale, una vibrazione più che un suono. La ruota anteriore slittava ogni tre metri sul ghiaccio. Non cadde.
 
Uscì dall'altra parte nel silenzio totale del versante occitano. Stetti fermo un minuto. Motore al minimo. Respiro visibile nell'aria.
 
Fatto.
 

La discesa verso Barcelonnette era bellissima e traditrice.

Il versante sud del Parpaillon scende su una pietraia lunga e ripida, con massi di ogni dimensione sparsi come se qualcuno li avesse rovesciati lì per sbaglio e non fosse più tornato a riordinarli. La pista era una traccia appena suggerita tra le rocce. Stavo scendendo lentamente, freno posteriore e freno anteriore in equilibrio, peso ben arretrato e poi un salto.
 
Non grande. Forse mezzo metro di dislivello nascosto da un masso piatto. Il K atterrò bene — ruota posteriore prima, ammortizzatore che lavorò — ma l'impatto fu secco e violento. Ho sentito qualcosa cedere sotto il piede destro.
 
Guardo in basso.
 
La leva del freno posteriore non c'era più.
 
Mi fermò subito e guardo. La leva era da qualche parte nella pietraia, rimbalzata chissà dove. Feci un respiro e conclusi: Ottimo solo anteriore allora (si fa per dire).
 
 
Avevo ancora qualche chilometro di pietraia davanti, poi una pista sterrata, poi asfalto. Scendere una pietraia ripida con solo il freno anteriore è una questione di fiducia totale: nel pneumatico, nelle braccia, nella propria capacità di leggere il terreno mezzo secondo prima di arrivarci.
 
Piano. Molto piano. Con quella concentrazione silenziosa che non lascia spazio a nessun pensiero che non sia la roccia davanti, il peso sul manubrio, la pressione del dito sul freno.
 
Non caddi e arrivai a Barcelonnette quindi via verso casa .
 
Di quella giornata, ricordo tutto: il vino alla luce della luna, il freddo del tunnel, il silenzio del versante opposto, e il momento esatto in cui guardo in basso e la leva non c'è più.
 
Non sono ricordi separati sono la stessa storia.

giovedì 30 aprile 2020

Storie notturne

Quella notte Milano era deserta, anche covid19 era nascosto in quella cazzo di fogna cinese, solo un animale vegliava sulle ombre che

 
offuscavano la sua mente confondendo i suo sensi e amplificando quella solitudine che lo pervadeva.
Sapeva di essere ormai un animale in via d'estinzione
 

ma, nel suo vagabondare ritrovandosi davanti a quel tempio della lirica, un lacrima unita a brivido lo scosse, forse niente


era perduto, il tempo sarebbe stato suo amico. 
Quello che doveva fare l'avrebbe fatto e il suo destino compiuto
 
 
ma prima una pausa.
Non credeva in un dio, ma un ultimo inchino a cotanta bellezza doveva essere fatto prima di
 

porgere i suoi saluti a quel Ludovico il Moro che gli fece conoscere e apprezzare Leonardo da Vinci.
Ma quella torre, sì, la vista di quella torre del Filarete mise definitivamente fine a


quella notte e ormai ebbro di tali bellezze diede un ultimo sguardo al futuro prima di


riprendere a cavalcare quelle strade buie ma più sicure di quanto non si creda.


Buon viaggio e Buona battaglia qualunque essa sia.

venerdì 3 gennaio 2020

Cold Sweat

Cold Sweat ... in inverno il freddo è dolce (Boh)
(quanto segue non ha alcun significato)

Ma quanti sono ad aver inciso "Dolce Freddo" ?

Dev'essere una sorta di catena induttiva per menti intuitive e creative che, valutando l'ispirazione anatemica ed endemica del lessico implicitamente teso alla stimolazione delle più remote sensazioni epidermiche dell'essere umano, pone al cospetto dell'infinito l'affermazione più estrema che un UOMO possa pronunciare: "mi viene la pelle d'oca".

Quindi cosa lega tra loro, con quel fil sottile chiamato LOGICA dove si trovano nodi di supposizioni e s'incontrano grovigli di tensioni:
Thin Lizzy, Megadeth, Sodom, James Brown, Church of the Cosmic Skull, Tinashe e Third World ? 

Thin Lizzy sono un gruppo hard & heavy irlandese formatosi a Dublino nel 1969 a seguito dell'incontro tra il chitarrista Eric Bell e l'organista Eric Wrixon con il cantante e bassista Phil Lynott e il batterista Brian Downey. Wikipedia
 

Megadeth sono un gruppo musicale thrash metal statunitense formatosi a Los Angeles nel 1983. Sono considerati tra i più influenti e significativi sviluppatori del thrash metal, insieme a Metallica, Slayer ed Anthrax. Wikipedia
 

Sodom sono un gruppo musicale thrash metal considerati, insieme a Kreator e Destruction, tra capofila del genere in Germania. Il sound che il gruppo propone è grezzo, violento e diretto, tipico del genere thrash di stampo teutonico. Wikipedia
 

James Brown  è stato un cantante, compositore, musicista e ballerino statunitense. Considerato una delle più importanti e influenti figure della musica del XX secolo, è stato un pioniere nell'evoluzione della musica gospel e rhythm and blues, nonché del soul, del funk, del rap, e della disco music. Wikipedia
 

Church of the Cosmic Skull ... diffusori di luce dell'arcobaleno cosmico sul pianeta terra e anche oltre????
 

Tinashe  è una cantante, ballerina e attrice statunitense. Wikipedia
 

Third World è un gruppo musicale reggae giamaicano formatosi nel 1973. Wikipedia

sabato 14 dicembre 2019

Trash metal ... SLAYER ?!

Però?! mi avvicinai all'heavy metal con i Motorhead (anni '70) ed era tanto, forse troppo tempo fa.

All'epoca il trash non lo capivo e quindi non mi piaceva, i miei gruppi preferiti erano Pink Floyd, Doors, Motorhead, Iron Maiden ... e sopra tutti i DEEP PURPLE , bei tempi.
 
Oggi ho ri-visto o meglio rivisitato il trash metal e quindi sopra tutti gli SLAYER.
 
Cazzo se sono stati e sono innovativi, quelle chitarre te "le ficcano su per il culo e ti sventolano come una bandiera" (cit.), non sei più uno che ascolta, sei un loro adepto e "suggerirai" in giro per il mondo quanto la loro musica sia cazzuta, roba tosta e abbastanza forte da far pensare che questa musica sia nociva ed istigatrice di quali malvage azioni, ma sono tutte cazzate, questi quattro buontemponi suonano in modo violento, cattivo e veloce da oltre trent'anni.


Più delle parole rendono meglio le note :
  • Repentles 
  • Raining Blood
  • Angel of Death
  • Bloodline
 
La formazione è cambiata nel tempo con uscite, nuove entrate, ritorni, ecc.
 
Attualmente gli Slayer sono:
  • Tom Araya – voce, basso
  • Kerry King – chitarra
  • Gary Holt – chitarra
  • Paul Bostaph – batteria
Ex componenti : 
  • Jeff Hanneman – chitarra
  • Dave Lombardo – batteria
  • Bob Gourley – batteria
  • Tony Scaglione – batteria
  • Pat O'Brien – chitarra ritmica e solista
  • Jon Dette – batteria
  • Phil Demmel – chitarra
 Curiosità: pubblicate da Rock Hard di Gennaio 2004:
  • "Divine Intervention" è l'unica canzone scritta da tutti i membri del gruppo assieme (Araya, Hanneman, Bostaph, King) (Rock Hard); 
  • a cavallo tra gli anni '80 e '90 agli Slayer fu proibito di suonare a New York, quindi adottarono la pseudonimo di 'Angel of Death' (Rock Hard);
  • Gli Slayer non hanno mai apprezzato il death metal in generale definendolo "troppo rumoroso" (3rd Eye Forum);
  • Su "Divine Intervention" viene riportato che S.L.A.Y.E.R. significa "Satan Laughs As You Eternal Rot", cosa già puntualizzata su "Show No Mercy" (3rd Eye Forum) ;
  • "Angel Of Death" parla del medico delle SS Josef Mengele (3rd Eye Forum).