lunedì 17 agosto 2026

Domanda d’asilo a Shaab El Sataya

Si parte da Hamata che il sole è ancora una faccenda privata tra il mare e l’orizzonte.

Barca, motori, tè bollente in bicchieri di plastica, e sopra ogni cosa la promessa stampata sui volantini di mezzo Mar Rosso: nuota con i delfini.

Eravamo una decina. Il guaio è che allo stesso volantino avevano creduto anche gli altri. All’ancoraggio le barche erano una decina pure loro, e ogni barca portava il suo carico di gente entusiasta con la stessa identica promessa in tasca. Fate il conto voi.

Poi arriva il momento. Il capobarca indica un punto d’acqua indistinguibile da tutti gli altri punti d’acqua, urla qualcosa che nessuno capisce, e sessanta cristiani si buttano di sotto tutti insieme. 

È lì che ho smesso di nuotare e ho cominciato a guardare. 

Giubbotto di salvataggio arancione. Pinne. Maschera. Sessanta corpi a faccia in giù, gambe che pedalano storte, braccia che remano peggio, tutti sospinti dalla corrente nella stessa direzione, tutti convinti di stare andando da qualche parte. Da sopra dovevamo sembrare una macchia arancione che si sposta lenta sul turchese. 

Un barcone. Un naufragio in diretta, con la differenza che il naufragio ce lo eravamo pagato. 

L’immagine mi si è formata dentro la maschera prima che riuscissi a scacciarla: profughi. Naufraghi. Migranti in cerca di terra. E io in mezzo, un bue muschiato sceso dalla tundra con le pinne ai piedi, a chiedere asilo politico all’Egitto.

I delfini, nel frattempo, facevano l’unica cosa sensata: se ne andavano. 

E avevano ragione. Non sono addestrati, non hanno firmato nessun contratto, nessuno ha spiegato loro che il pacchetto comprendeva anche la loro presenza. 

Sataya per i delfini è la camera da letto: ci passano le ore chiare a riposare dopo aver cacciato tutta la notte al largo. Noi ci arriviamo alle nove del mattino, in sessanta, sbattendo pinne e urlando «là! là!» ogni volta che una pinna dorsale compare a trenta metri. Se qualcuno entrasse in camera mia all’alba per fotografarmi mentre dormo, io mi sposterei. Loro si spostano. Uno a zero per i delfini.

Quindi sì: ho visto i delfini. Tre secondi, di schiena, mentre si allontanavano con quella calma un po’ sprezzante di chi ha di meglio da fare. Ed è stato il momento migliore della giornata, perché era l’unico onesto. Tutto il resto era una coreografia: la nostra, non la loro.

Torniamo a Hamata nel pomeriggio, il mare piatto, tutti contenti, tutti con la foto sfocata da mostrare.

Spettacolo raccapricciante, il nostro. 

Loro invece erano bellissimi, come sempre lo sono le cose che non hanno nessun bisogno di noi.

UnBue Muschiato

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