mercoledì 15 luglio 2026

I totalitarismi oggi

Nella tundra c'è un vantaggio che in città nessuno considera:

il tempo per guardare le cose da lontano.

Io lo guardo da qui, da questo pianoro gelato dove passa poco altro che vento e qualche lupo distratto, e da qui il ventesimo secolo che avete studiato a scuola, per intenderci quello dei muri caduti, delle bandiere ripiegate, dei dittatori impagliati nei musei della memoria, non mi sembra affatto chiuso. Mi sembra semplicemente cambiato di vestito.

Nel 1989 tutti erano convinti di aver seppellito qualcosa.

Il muro di Berlino crolla, l'URSS si sfarina, e in Occidente si scrive il necrologio del totalitarismo come fosse un animale estinto, buono al massimo per un documentario in bianco e nero.

Io c'ero, in un angolo di tundra qualunque, e ricordo di aver pensato: bella favola. Perché il totalitarismo, quello vero, non è mai stato solo un partito unico con la faccia di un tiranno stampata sui muri. È un impulso, è il tentativo di occupare tutta la vita di una persona, non lasciarle un angolo che non sia già stato contato, misurato, orientato verso uno scopo che non ha scelto. Cambia il vestito. Non cambia l'impulso.

E qui uso la parola giusta, senza infilarmi in elucubrazioni di distinguo accademici.

Totalitarismo: non "deriva", non "erosione democratica", non "populismo strutturale" NON tutte quelle parole comode per chi vuole descrivere l'incendio senza dire che la casa sta bruciando.

Lo dico chiaro perché non sono il primo a dirlo, e non lo dicono solo i buoi muschiati stanchi come me.

Hannah Arendt, che di totalitarismo se ne intendeva più di chiunque altro dato che l'aveva visto divorare l'Europa da dentro, scriveva che il regime totalitario non si accontenta della sottomissione politica: vuole la sfera privata, vuole rifare l'uomo da capo.

Ecco, oggi nessuno vi manda gli uomini in divisa a controllare cosa pensate. Non serve più. Basta il telefono che avete in tasca, quello che sapete della vostra vita più di quanto ne sappia vostra madre, e che vende questa conoscenza a chi vi vuole vendere qualcosa o vi vuole far votare qualcuno.

Shoshana Zuboff l'ha chiamato capitalismo della sorveglianza, e il punto non è tanto che vi guardano, è che modellano il comportamento prima ancora che voi decidiate di averlo.


Non è più repressione. È previsione che diventa produzione.

Sheldon Wolin, un politologo americano che pochi leggono e che invece andrebbe fatto studiare accanto ad Arendt, ha coniato per questo un termine bellissimo: totalitarismo invertito.

Il totalitarismo classico concentrava il potere nello Stato con ideologia e terrore visibili, bandiere, cortei, il nemico del popolo indicato col dito. Quello di oggi fa l'esatto contrario: lascia in piedi il guscio (le elezioni ci sono, i parlamenti pure, i talk show discutono tutta la sera) ma svuota il guscio della sostanza, e sposta il comando reale verso il capitale finanziario e corporativo. Non ha bisogno del vostro entusiasmo ideologico. Gli basta la vostra distrazione. Un cittadino stanco, indebitato, che scorre il telefono prima di dormire, è molto più governabile di un cittadino convinto.

E qui arriva l'obiezione che sento arrivare da un chilometro, perché me la fanno sempre: "ma non ci sono i lager, non ci sono i gulag, quindi non è vero totalitarismo". Vero. E proprio questo dovrebbe preoccuparci di più, non di meno.

Un sistema che ottiene la sottomissione senza sparare un colpo ha risolto un problema che i vecchi dittatori non erano mai riusciti a risolvere: il costo della repressione. Il manganello costa, genera martiri, produce resistenza. Il mutuo no. Il debito da pagare non genera eroi, genera gente che si alza alle sei per andare a lavorare in un posto che detesta perché altrimenti perde la casa.

Byung-Chul Han l'ha scritto meglio di chiunque altro: il potere di oggi non vi dice più "non puoi". Vi dice "puoi, devi, sii te stesso, ottimizzati" e noi ci sfruttiamo da soli, convinti di essere liberi mentre lo facciamo.

Non serve il carceriere quando il prigioniero si costruisce la cella con l'entusiasmo di chi arreda casa.

E di ascensori sociali, ne vogliamo parlare?

Michael Sandel ha scritto un libro intero - La tirannia del merito - su come la retorica meritocratica sia diventata la foglia di fico più elegante mai inventata per giustificare un privilegio che si eredita, non si conquista. Chi nasce già dentro il palazzo si convince di esserci arrivato con le proprie forze, e disprezza chi è rimasto fuori come se la colpa fosse solo sua. È un totalitarismo morale, prima ancora che economico: non solo controlla chi sale, ma ci convince che il sistema sia giusto proprio mentre ci tiene fuori dalla porta.

E la politica, quella che dovrebbe essere l'argine, si è fatta ostaggio proprio di ciò che dovrebbe arginare.

Colin Crouch l'ha chiamata postdemocrazia: le forme restano, il rito elettorale si celebra puntuale ogni tot anni, ma le decisioni vere si negoziano altrove, tra lobby e uffici che i cittadini non vedranno mai. Wolfgang Streeck, da economista, la mette giù ancora più dura: la tensione tra capitalismo e democrazia sarebbe da tempo insostenibile, e finora l'abbiamo tenuta in piedi solo comprando tempo con debito pubblico prima e con debito privato poi, però il Tempo non è una risorsa infinita, prima o poi si esaurisce.

C'è un dettaglio che pochi ricordano e che invece qui torna utile: la stessa parola "totalitario" applicata al capitalismo occidentale non l'ho inventata io né l'ha inventata Wolin. Adorno e Horkheimer, scuola di Francoforte, negli anni Quaranta scrivevano già che l'industria culturale delle democrazie occidentali produceva un controllo psicologico e politico capillare, semplicemente vendendolo come intrattenimento invece che come dottrina di Stato. Ottant'anni fa. Prima di internet, prima degli algoritmi, prima che il vostro telefono sapesse che eravate tristi prima ancora di voi. Avevano visto il seme ed ora non viviamo dentro quest’albero.

Non sto dicendo che sia identico al Novecento che sarebbe una scemenza, e i buoi muschiati non dicono scemenze, al massimo le pensano mentre ruminano.

Non ci sono i campi, non c'è il partito unico armato, e questa differenza conta, eccome se conta. Ma il fatto che manchi la violenza esplicita non significa che manchi il totalitarismo: significa solo che ha imparato a fare a meno del suo strumento più costoso. Ha scoperto che il controllo funziona meglio se lo desideriamo noi stessi, se lo chiamiamo libertà, se lo paghiamo con l'abbonamento mensile.

Io da qui, dalla tundra, non ho soluzioni eleganti da offrire. Ho solo l'unico vantaggio che il freddo mi lascia: la lucidità di chiamare le cose col loro nome, anche quando il nome fa paura, anche quando qualcuno preferirebbe un eufemismo più educato.

I totalitarismi non sono tornati. Non se ne sono mai andati del tutto. Hanno solo imparato a travestirsi da scelta libera, e questo è quanto di più efficace un potere possa inventarsi.

UnBue Muschiato Stanco

sabato 11 luglio 2026

Il comunicato che Borgo Panigale non ha mai premuto "invia"

Noi buoi muschiati, quando uno del branco cade, facciamo cerchio. Corniamo verso l'esterno, ci stringiamo, difendiamo il ricordo del caduto anche fisicamente, con i corpi. È un gesto arcaico, poco elegante, e infatti nessun ufficio marketing ce lo ha mai insegnato: ce lo ha insegnato la tundra, che non fa comunicati stampa ma pretende comunque rispetto.


 

Le aziende a due ruote, invece, hanno inventato un sistema più raffinato: il cerchio lo fanno gli uffici legali, e guarda caso si stringe attorno al bilancio, non attorno al morto.

Il 17 agosto 2011 muore a Varese Claudio Castiglioni. L'uomo che nel 1985 compra una Ducati che produce, con ottimismo, poco più che debiti, e la restituisce al mondo come mito. MV Agusta, che pure lui presiedeva, non perde un minuto: comunicato ufficiale, parole vere, funerali con il rombo dei motori. Del resto un'azienda di famiglia il lutto lo sa fare, perché il fondatore lo ha visto a tavola, non solo in un organigramma.

Ducati, nel frattempo, era già altrove da quindici anni — venduta, ristrutturata, ottimizzata. E per l'uomo senza il quale a Borgo Panigale oggi si assemblerebbero forse motori diesel per barche, il silenzio è stato quasi perfetto. Non un comunicato ufficiale che sia rimasto agli annali. Non una riga che rendesse, a nome dell'azienda, quello che ogni giornalista di settore ha scritto spontaneamente il giorno dopo.

Durante una delle mie consuete transumanze negli archivi digitali (io scavo, non so bene cosa cerchi, ma trovo sempre qualcosa), è riemerso quello che sembra un fondo di bozza — mai firmato, mai uscito, probabilmente mai davvero esistito se non nella testa di chi, quel giorno, avrebbe voluto scriverlo. Lo riporto qui per intero, con le annotazioni a margine che qualche solerte ufficio interno gli avrebbe apposto, se fosse mai arrivato sulla scrivania giusta.

BOZZA COMUNICATO STAMPA — Rif. Est_2011_08 — NON PROTOCOLLATO
"Ducati Motor Holding si unisce al cordoglio per la scomparsa di Claudio Castiglioni, l'uomo che nel 1985 ha creduto in questo marchio quando pochi altri lo avrebbero fatto, e lo ha portato dalla crisi al trionfo mondiale con modelli come la 851 e la leggendaria 916. A lui dobbiamo, in larga parte, il fatto di essere ancora qui a raccontare la nostra storia."

Nota Ufficio Comunicazione: verificare se citare un ex proprietario rientri nel piano editoriale del trimestre. Rischio di confusione con il brand attuale.

Nota Ufficio Legale: valutare implicazioni in relazione ai passaggi societari successivi al 1996. Si consiglia stand-by.

Nota Marketing: il tono commemorativo non si allinea al calendario lanci di settembre. Riprogrammare, eventualmente, per anniversario tondo.

Timbro: ARCHIVIATO — non pervenuto in Direzione. Verificare con prossimo passaggio di proprietà.

Non so voi, ma io da bue trovo tutto questo di una coerenza quasi ammirevole.

Un'azienda che vive di eredità — il rombo del bicilindrico, la carena rossa, il mito di Borgo Panigale — e che davanti all'uomo che quell'eredità l'ha rifondata dal nulla, ha scelto la forma più elegante di ingratitudine: non negarla, semplicemente non protocollarla.

Noi bovidi, si sa, abbiamo la memoria corta per tutto tranne che per una cosa: chi ci ha salvato dall'estinzione. Forse è per questo che siamo ancora qui, e in cerchio.

UnBue Muschiato

P.S. — Per chi si fosse impigliato nelle corna: il "fondo di bozza" qui sopra è un esercizio di fantasia bovina, non un documento realmente rinvenuto negli archivi di alcuna azienda. Le annotazioni a margine sono invenzione, gli uffici citati sono generici, e nessun comunicato specifico è qui attribuito a persone reali. Se la realtà, per assurdo, coincidesse con la finzione, sarebbe pura coincidenza — o forse solo la prova che i buoi muschiati capiscono la burocrazia meglio di quanto vorrebbero. 

giovedì 9 luglio 2026

Report dal campo: il *Bikerus Rombans*, presunto alfa del parcheggio

Osservazioni sul campo di un bue muschiato travestito da etologo, sabato mattina, autogrill qualunque*

Li ho avvistati alle nove, già radunati nel branco tipico: sei-sette esemplari, età media sessantacinque tendente ai settanta, tutti con la Harley parcheggiata a ventaglio come se dovessero difendere il territorio da un attacco di Vespe (quelle a due ruote, non gli insetti — di quelle hanno più paura loro di me).

 

Il rituale di corteggiamento è sempre lo stesso: si avvicinano al mezzo, lo accendono, lo spengono, lo riaccendono.

Lo scarico urla più forte del testosterone che dovrebbe rappresentare, ma io — da erbivoro esperto di gerarchie — riconosco il bluff a distanza. Un vero alfa non ha bisogno di far sapere al continente che sta partendo.

Poi parte la mandria. Velocità di crociera: quaranta all'ora, gomito fuori dal finestr… ah no, niente finestrino, ma il concetto regge. Ogni tanto un alt improvviso: non un pericolo sulla strada, ma la necessità di controllare il navigatore con gli occhiali da vista appoggiati sulla punta del naso.

Alle tredici il branco si scioglie. Non per stanchezza — per il pranzo. La moglie ha preparato, e un vero maschio alfa non fa tardi per il sugo. Rientro previsto entro le diciotto, "che poi si fa buio e con questi fari non ci si vede niente."

Nel borsello laterale, tra il kit degli attrezzi mai usato e il giubbotto di scorta, ho scovato l'indizio decisivo: un CD di Baglioni. Non i Motörhead. Baglioni.

*Morale di UnBue Muschiato: il vero ruggito non è quello del motore, è quello che non riesci più a fare al capezzale del divano senza sbuffare.*

#Harley #MaschiAlpha #Sessantenni #Motociclisti #Satira

**Categoria:** Costume e società



 

mercoledì 1 luglio 2026

Vita a Birka, Svezia. La vera capitale vichinga (quella su Wikipedia, non su Netflix)

Cronache di un bue muschiato tra i veri vichinghi

Dopo la delusione di Kattegat — che esiste solo negli script di sceneggiatori irlandesi — mi sono informato meglio e sono andato a Birka, isoletta sul lago Mälaren, a un'ora da Stoccolma. Qui i vichinghi ci vivevano davvero, dal 750 all'anno 975 circa, e gli archeologi hanno le prove, non solo le controfigure.


 

Niente sale drammatiche con Ragnar che fissa l'orizzonte: Birka era soprattutto un centro commerciale. Altro che raid quotidiani — qui si scambiavano pellicce, ambra, ferro e schiavi con mercanti arabi, bizantini e dell'Europa continentale. Monete d'argento arrivate da Baghdad trovate nelle tombe: i vichinghi facevano import-export prima che fosse cool.

Ho visitato le tombe (oltre 3.000, per i più curiosi) e ho scoperto che una delle sepolture guerriere più ricche, piena di armi e persino un set da scacchi militari, apparteneva — analisi del DNA alla mano — a una donna. Quindi anche il mito del vichingo tutto muscoli e niente cervello va rivisto: a Birka le donne guidavano gli eserciti, mentre io fatico a guidare un carrello del supermercato.

Morale di UnBue Muschiato: la vera storia batte sempre la fiction, anche quando non ha un budget per gli effetti speciali.

#UnBueMuschiato #Birka #Vichinghi #Svezia #StoriaVera