sabato 11 luglio 2026

Il comunicato che Borgo Panigale non ha mai premuto "invia"

Noi buoi muschiati, quando uno del branco cade, facciamo cerchio. Corniamo verso l'esterno, ci stringiamo, difendiamo il ricordo del caduto anche fisicamente, con i corpi. È un gesto arcaico, poco elegante, e infatti nessun ufficio marketing ce lo ha mai insegnato: ce lo ha insegnato la tundra, che non fa comunicati stampa ma pretende comunque rispetto.


 

Le aziende a due ruote, invece, hanno inventato un sistema più raffinato: il cerchio lo fanno gli uffici legali, e guarda caso si stringe attorno al bilancio, non attorno al morto.

Il 17 agosto 2011 muore a Varese Claudio Castiglioni. L'uomo che nel 1985 compra una Ducati che produce, con ottimismo, poco più che debiti, e la restituisce al mondo come mito. MV Agusta, che pure lui presiedeva, non perde un minuto: comunicato ufficiale, parole vere, funerali con il rombo dei motori. Del resto un'azienda di famiglia il lutto lo sa fare, perché il fondatore lo ha visto a tavola, non solo in un organigramma.

Ducati, nel frattempo, era già altrove da quindici anni — venduta, ristrutturata, ottimizzata. E per l'uomo senza il quale a Borgo Panigale oggi si assemblerebbero forse motori diesel per barche, il silenzio è stato quasi perfetto. Non un comunicato ufficiale che sia rimasto agli annali. Non una riga che rendesse, a nome dell'azienda, quello che ogni giornalista di settore ha scritto spontaneamente il giorno dopo.

Durante una delle mie consuete transumanze negli archivi digitali (io scavo, non so bene cosa cerchi, ma trovo sempre qualcosa), è riemerso quello che sembra un fondo di bozza — mai firmato, mai uscito, probabilmente mai davvero esistito se non nella testa di chi, quel giorno, avrebbe voluto scriverlo. Lo riporto qui per intero, con le annotazioni a margine che qualche solerte ufficio interno gli avrebbe apposto, se fosse mai arrivato sulla scrivania giusta.

BOZZA COMUNICATO STAMPA — Rif. Est_2011_08 — NON PROTOCOLLATO
"Ducati Motor Holding si unisce al cordoglio per la scomparsa di Claudio Castiglioni, l'uomo che nel 1985 ha creduto in questo marchio quando pochi altri lo avrebbero fatto, e lo ha portato dalla crisi al trionfo mondiale con modelli come la 851 e la leggendaria 916. A lui dobbiamo, in larga parte, il fatto di essere ancora qui a raccontare la nostra storia."

Nota Ufficio Comunicazione: verificare se citare un ex proprietario rientri nel piano editoriale del trimestre. Rischio di confusione con il brand attuale.

Nota Ufficio Legale: valutare implicazioni in relazione ai passaggi societari successivi al 1996. Si consiglia stand-by.

Nota Marketing: il tono commemorativo non si allinea al calendario lanci di settembre. Riprogrammare, eventualmente, per anniversario tondo.

Timbro: ARCHIVIATO — non pervenuto in Direzione. Verificare con prossimo passaggio di proprietà.

Non so voi, ma io da bue trovo tutto questo di una coerenza quasi ammirevole.

Un'azienda che vive di eredità — il rombo del bicilindrico, la carena rossa, il mito di Borgo Panigale — e che davanti all'uomo che quell'eredità l'ha rifondata dal nulla, ha scelto la forma più elegante di ingratitudine: non negarla, semplicemente non protocollarla.

Noi bovidi, si sa, abbiamo la memoria corta per tutto tranne che per una cosa: chi ci ha salvato dall'estinzione. Forse è per questo che siamo ancora qui, e in cerchio.

UnBue Muschiato

P.S. — Per chi si fosse impigliato nelle corna: il "fondo di bozza" qui sopra è un esercizio di fantasia bovina, non un documento realmente rinvenuto negli archivi di alcuna azienda. Le annotazioni a margine sono invenzione, gli uffici citati sono generici, e nessun comunicato specifico è qui attribuito a persone reali. Se la realtà, per assurdo, coincidesse con la finzione, sarebbe pura coincidenza — o forse solo la prova che i buoi muschiati capiscono la burocrazia meglio di quanto vorrebbero. 

giovedì 9 luglio 2026

Report dal campo: il *Bikerus Rombans*, presunto alfa del parcheggio

Osservazioni sul campo di un bue muschiato travestito da etologo, sabato mattina, autogrill qualunque*

Li ho avvistati alle nove, già radunati nel branco tipico: sei-sette esemplari, età media sessantacinque tendente ai settanta, tutti con la Harley parcheggiata a ventaglio come se dovessero difendere il territorio da un attacco di Vespe (quelle a due ruote, non gli insetti — di quelle hanno più paura loro di me).

 

Il rituale di corteggiamento è sempre lo stesso: si avvicinano al mezzo, lo accendono, lo spengono, lo riaccendono.

Lo scarico urla più forte del testosterone che dovrebbe rappresentare, ma io — da erbivoro esperto di gerarchie — riconosco il bluff a distanza. Un vero alfa non ha bisogno di far sapere al continente che sta partendo.

Poi parte la mandria. Velocità di crociera: quaranta all'ora, gomito fuori dal finestr… ah no, niente finestrino, ma il concetto regge. Ogni tanto un alt improvviso: non un pericolo sulla strada, ma la necessità di controllare il navigatore con gli occhiali da vista appoggiati sulla punta del naso.

Alle tredici il branco si scioglie. Non per stanchezza — per il pranzo. La moglie ha preparato, e un vero maschio alfa non fa tardi per il sugo. Rientro previsto entro le diciotto, "che poi si fa buio e con questi fari non ci si vede niente."

Nel borsello laterale, tra il kit degli attrezzi mai usato e il giubbotto di scorta, ho scovato l'indizio decisivo: un CD di Baglioni. Non i Motörhead. Baglioni.

*Morale di UnBue Muschiato: il vero ruggito non è quello del motore, è quello che non riesci più a fare al capezzale del divano senza sbuffare.*

#Harley #MaschiAlpha #Sessantenni #Motociclisti #Satira

**Categoria:** Costume e società



 

mercoledì 1 luglio 2026

Vita a Birka, Svezia. La vera capitale vichinga (quella su Wikipedia, non su Netflix)

Cronache di un bue muschiato tra i veri vichinghi

Dopo la delusione di Kattegat — che esiste solo negli script di sceneggiatori irlandesi — mi sono informato meglio e sono andato a Birka, isoletta sul lago Mälaren, a un'ora da Stoccolma. Qui i vichinghi ci vivevano davvero, dal 750 all'anno 975 circa, e gli archeologi hanno le prove, non solo le controfigure.


 

Niente sale drammatiche con Ragnar che fissa l'orizzonte: Birka era soprattutto un centro commerciale. Altro che raid quotidiani — qui si scambiavano pellicce, ambra, ferro e schiavi con mercanti arabi, bizantini e dell'Europa continentale. Monete d'argento arrivate da Baghdad trovate nelle tombe: i vichinghi facevano import-export prima che fosse cool.

Ho visitato le tombe (oltre 3.000, per i più curiosi) e ho scoperto che una delle sepolture guerriere più ricche, piena di armi e persino un set da scacchi militari, apparteneva — analisi del DNA alla mano — a una donna. Quindi anche il mito del vichingo tutto muscoli e niente cervello va rivisto: a Birka le donne guidavano gli eserciti, mentre io fatico a guidare un carrello del supermercato.

Morale di UnBue Muschiato: la vera storia batte sempre la fiction, anche quando non ha un budget per gli effetti speciali.

#UnBueMuschiato #Birka #Vichinghi #Svezia #StoriaVera

venerdì 26 giugno 2026

“Do It Again” – la sigla che non ti lascia andare

Quando il finale di un film ti spiega la trama meglio dei due atti precedenti

Alla fine di The Tender Bar, mentre J.R. parte verso Manhattan con l’auto regalata da zio Charlie, parte “Do It Again” degli Steely Dan – e resta per tutti i titoli di coda, intera, senza tagli. Scelta non casuale: il pezzo del 1972 parla di cicli che si ripetono, di chi promette di smettere e finisce sempre per tornare al punto di partenza.

Io, UnBue Muschiato, da animale che ogni anno ripercorre identica la stessa migrazione sulla stessa identica neve, un po’ mi ci ritrovo: J.R. fugge dal padre assente per diventare scrittore, ma la domanda resta sospesa nell’aria insieme al fumo del bar – si rompe davvero un ciclo, o si finisce solo per “farlo di nuovo” in una forma diversa?

Morale di UnBue Muschiato: le sigle finali raramente sono lì per caso. Quella giusta, scelta da un grande chitarrista jazz-rock, racconta la psicologia del protagonista meglio di un intero terzo atto.

#TheTenderBar #SteelyDan #DoItAgain #Cinema #UnBueMuschiato

Il bancone di zio Charlie

... dove i muschiati non vanno al bar, ma avrebbero dovuto fondarne come in un noto film.

 


Confesso che io, UnBue Muschiato, di bar ne ho frequentati pochi: l'altopiano ghiacciato dove vivo non prevede bancone, cameriere, né luce calda di fondo alle nove di sera. Eppure Riguardando The Tender Bar di George Clooney mi sono commosso come un vitello davanti al primo ciuffo di lichene della stagione.

La storia, per chi non la conoscesse: J.R. cresce a Long Island senza un padre presente, ma con qualcosa di meglio - uno zio, Charlie, che gestisce un bar chiamato "Dickens", pieno di libri sugli scaffali al posto delle sole bottiglie. Lì, tra un whisky versato e una battuta secca, J.R. impara più cose sulla vita di quante gliene avrebbe insegnate una qualsiasi scuola. Ben Affleck interpreta questo zio-filosofo con la "sapienza" di chi ha capito che il vero sapere si trasmette appoggiati a un bancone, non da una cattedra.

Da muschiato, il concetto mi è familiare. Noi non abbiamo libri, ma abbiamo il branco. Quando il giovane non sa come affrontare la tundra, non gli si fa una lezione frontale: gli si sta vicino, gli si fa scudo col corpo, e lui imparerà guardando. Charlie fa lo stesso, solo che usa le parole invece della groppa, e il vento gelido lo sostituisce con il fumo di sigaretta e i bicchieri sporchi.

Il film è dolce senza essere stucchevole - rara qualità, come un lichene non ancora gelato - e racconta che a volte un padre lo si trova al bancone di un pub di periferia, travestito da zio scorbutico con la battuta sempre pronta e il consiglio giusto al momento sbagliato.

Morale di UnBue Muschiato: non serve un padre perfetto. Serve qualcuno che ti versi da bere e ti dica la verità - anche quando avresti preferito sentire una bugia più dolce.

#TheTenderBar #GeorgeClooney #Cinema #ZioCharlie #UnBueMuschiato

lunedì 22 giugno 2026

Il ristorante più esclusivo del mondo (zero recensioni su Google, e va benissimo così)

Sì, esatto. Questo è il miglior ristorante di UnBue Muschiato.

 

Niente menu, niente cameriere, niente musichetta di sottofondo che non hai chiesto. Solo vento, qualche pozza d'acqua che fa da specchio al cielo grigio, e una tundra che a fine stagione decide di incendiarsi tutta insieme: rosso, ocra, giallo bruciato, come se qualcuno avesse rovesciato la tavolozza di un disegnatore di copertine death metal su un tappeto infinito.

Il dehors? Tutto quello che vedi nella foto, e oltre. Niente prenotazione richiesta, anche se in effetti il vero proprietario di queste terre potrebbe essere proprio un bue muschiato che bruca tranquillo da qualche parte fuori campo, completamente indifferente al fatto che gli ho appena rubato il tavolo migliore.

Il menu di oggi: quello che c'era nelle borse laterali. Pane un po' raffermo, qualcosa di proteico preso al volo all'ultimo distributore utile, acqua che sa vagamente di plastica calda. Da un punto di vista gastronomico, onestamente, una schifezza.

Ma il servizio — il servizio è impeccabile. Silenzio totale, vista panoramica a 360°, nessuno che ti guarda mentre mangi con le mani, nessun rumore tranne il motore che si raffredda piano dietro di te scoppiettando. Provate a trovare questo in un tre stelle Michelin.

Si potrebbe dire che il vero lusso, a un certo punto del viaggio, smette di essere quello che hai nel piatto e diventa semplicemente dove te lo stai mangiando. E qui, in mezzo al nulla più bello che si possa attraversare, il conto è gratis. Paghi solo in chilometri, e quelli, diciamocelo, li avresti macinati comunque.

Buon appetito.

domenica 21 giugno 2026

Pedrosa, Mir, Hayden: tre nomi e un'unica sentenza del destino

UnBue Muschiato scopre che il talento è un consiglio, il destino è una sentenza.

 




Ci sono pomeriggi in cui io, UnBue Muschiato, smonto dalla sella e mi metto a guardare le classifiche storiche del motomondiale con la stessa attenzione con cui un eremita legge i tarocchi: sapendo già che non cambierà nulla, ma sperando lo stesso in un segno.

Dani Pedrosa non ha mai vinto un mondiale della classe regina. Punto. Eppure chiunque l'abbia visto in pista sa che era — è — uno degli interpreti più puliti, veloci e chirurgici della guida su due ruote che la storia recente ricordi. Poi guardo Joan Mir, campione 2020, e Nicky Hayden, campione 2006: piloti solidi, tenaci, meritevoli a modo loro, ma non — diciamolo senza guanti di velluto — della stessa categoria di Pedrosa nei picchi di talento puro.

E allora? Allora niente. Il motomondiale, come la vita, come l'amore, come le gare di chi arriva primo all'autogrill sulla statale, non premia sempre il migliore. Premia chi è nel posto giusto, nell'anno giusto, con la moto giusta, senza la clavicola rotta per la sedicesima volta, senza un rivale più fortunato di passaggio nello stesso decennio.

Ho imparato — io UnBue, non pilota, ma osservatore professionista di cadute altrui — che contro il destino non si vince mai. Si può solo, con un po' di fortuna e una buona dose di umiltà, arrivarci in pari, qualche weekend su cento. Pedrosa lo sapeva meglio di chiunque altro, e correva lo stesso, con quella faccia da impiegato delle poste che ha sempre nascosto un fenomeno.

Morale di UnBue Muschiato: il talento ti porta in pole. Il destino decide chi vince. E nessuno, ma nessuno, ha mai battuto il destino neanche ai punti.

#MotoGP #Pedrosa #Mir #Hayden #Destino #BueMuschiato
Categoria: Riflessioni / Sport

sabato 20 giugno 2026

I MAIDEN A SAN SIRO: NO, GRAZIE, HO GIÀ DATO

Quarantasei anni a inseguirli per l'Europa, e quando arrivano sotto casa gli sparo a vista per principio.


 

Diciamolo senza giri di parole: per tre decenni gli Iron Maiden hanno trattato l'Italia come una groupie di passaggio, buona per una notte tra un festival tedesco e un palco inglese, mai per un impegno serio. E io, idiota innamorato, gli ho rincorso il culo fino a Ginevra, fino a Berlino, fino a Londra, dormendo in aeroporti e mangiando panini di gomma, mentre loro a casa mia non si degnavano nemmeno di mandare una cartolina.

Adesso che hanno l'anca rifatta e il calendario vuoto perché nessun altro li vuole più a quelle cifre, si materializzano proprio a San Siro, sotto le mie finestre, con la sfrontatezza di chi pensa che basti un megafono e cinquant'anni di nostalgia per farsi perdonare tutto. No. Io non perdono. Io ricordo.

Sei mummie del metal issate sul palco a forza di integratori e adrenalina sintetica, a recitare "Run to the Hills" come animatronici di un parco a tema chiuso da anni, mentre quarantamila persone fingono di avere ancora vent'anni e il ginocchio buono. Bello, dicono. Storico, dicono. Io dico: necrologio con luci stroboscopiche.
Hanno urlato "scream for me, San Siro" e San Siro ha urlato di gioia. Io ho urlato anche, ma di rabbia fredda, perché l'amore non si compra a sessanta euro dopo avermelo fatto pagare a novanta per trent'anni in valuta straniera.

Cinquant'anni per arrivare a due passi da me. E io, con lo stesso identico principio con cui sono partito per Berlino, sono rimasto fermo sul divano: per dispetto, e con gusto.

#IronMaiden #SanSiro #Metal #UpTheIrons #BueMuschiato

venerdì 19 giugno 2026

Foglie al vento (e la commedia che non ride)

Il Bue Muschiato guarda un film finlandese e scopre che la malinconia, vestita bene, passa per ironia.

C'è un genere di commedia che non ti chiede di ridere: ti chiede di restare. È quello di Aki Kaurismäki, che in Foglie al vento mette in scena due esseri umani consumati — lei precaria tra un lavoro e l'altro, lui che annega i turni in vodka — e li fa muovere con la grazia goffa di chi ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa di buono dalla vita, ma continua comunque a presentarsi all'appuntamento.

Le battute ci sono, ma sono secche come il pane di due giorni: non sciolgono la tensione, la confermano. I volti restano impassibili non per pigrizia attoriale, ma perché in Finlandia, evidentemente, mostrare emozione è un lusso che si paga caro. Eppure sotto quella superficie immobile scorre tutto: la solitudine di chi lavora e non basta mai, l'alcolismo come unica festa concessa, l'amore che arriva tardi e timido come un autobus che non sai se passerà.

Io, abituato a confondere la commedia con la risata facile, mi sono ritrovato a guardare lo schermo con la gola stretta, chiedendomi chi avesse deciso che questo si chiama "commedia". Forse lo stesso ufficio che in Finlandia chiama "estate" tre settimane di luce e basta.

Le foglie cadono, il vento le porta dove vuole, e i due protagonisti provano solo a non farsi spezzare nella caduta. Io, intanto, resto sul divano a chiedermi perché ho riso due volte rattristandomi senza accorgermene per il resto. Kaurismäki non scrive commedie: scrive referti, e li firma sorridendo.

Categoria: Cinema
#FoglieAlVento #Kaurismäki #CinemaFinlandese #BueMuschiato #Malinconia

venerdì 12 giugno 2026

Paradiso, Inferno e l'Odore di Pelo Bagnato.

unBueMuschiato affronta le grandi questioni teologiche e conclude che Twain aveva ragione — ma per le ragioni sbagliate.

Mark Twain diceva che si va in paradiso per il clima e all'inferno per la compagnia. Non l'ho mai incontrato di persona, ma devo ammettere che l'uomo aveva capito tutto.

Io vivo nell'Artico. Questo, per chi non lo sapesse, è tecnicamente il paradiso del clima se sei un Bue Muschiato. Temperature sotto zero, vento che taglia la faccia come una lama, buio per sei mesi l'anno. Magnifico. Esattamente quello che ci vuole per tenere lontana la gente.

Il problema è la compagnia.

Il branco con cui condivido la tundra è composto da individui di scarso charme intellettuale. Conversazione media: grugnito, sguardo fisso all'orizzonte, altro grugnito.

Ogni tanto qualcuno abbassa la testa e carica qualcosa. Non si sa bene cosa, né perché. È la nostra vita sociale. Viviamo in cerchio, letteralmente, ci mettiamo in cerchio quando arrivano i lupi, il che dice già tutto sulla nostra visione del mondo: difensiva, autoreferenziale, orientata alla sopravvivenza di gruppo. Esattamente come certi consigli di amministrazione che ho avuto modo di osservare.

L'inferno, invece, mi ha sempre incuriosito.

Fuoco eterno a parte — che per il mio pelo sarebbe oggettivamente un problema — la lista degli ospiti è di tutto rispetto. Scrittori, filosofi, musicisti, qualche banchiere particolarmente creativo. Gente con cui si potrebbe parlare tutta la notte. Twain stesso, presumibilmente, è lì.

Forse è per questo che ogni tanto scendo a quote più basse, mi mescolo tra gli umani, osservo.

Non per il clima.

Per la compagnia.

mercoledì 10 giugno 2026

La Rivincita del Buemuschiato Filosofo.

C'era una volta — e non è una favola, è cronaca — un'epoca in cui suggerire a tuo figlio di iscriversi a Filosofia o Antropologia equivaleva, secondo i Sapienti del PIL, a prenotargli un futuro da cameriere con la laurea appesa sopra il bancone del bar.
«Studia qualcosa di concreto», dicevano. «Matematica. Ingegneria. Informatica. Il futuro è dei tecnici.»



 

Il Buemuschiato ascoltava, annuiva con la sua espressione da ruminante stoico, e continuava a leggere Hegel. Perché il Buemuschiato ha tutto il tempo del mondo — vive nell'Artico — e sa che le mode passano, anche quelle intellettuali.

Poi è arrivata l'AI.

E con l'AI è arrivata la Grande Inversione: i lavori che si stanno sgretolando sotto i piedi non sono quelli del laureato in Lettere che scriveva due articoli a settimana per sopravvivere — sono quelli del perito elettronico, del programmatore junior, dello strutturista che calcola i solai, del matematico da excel aziendale. Le macchine fanno i conti meglio degli umani. Lo fanno più veloci, più a buon mercato, senza ferie.
Quello che le macchine non sanno fare — almeno non ancora, non davvero — è capire perché certe cose contano. Perché una comunità resiste. Perché una legge è giusta o ingiusta. Cosa significa crescita umana quando non la misuri solo in percentuali di PIL.

Serve qualcuno che insegni all'AI a ragionare nell'interesse generale. E quella persona, sorprendentemente, si chiama filosofo, antropologo, psicologo, sociologo — gli stessi che vent'anni fa si sentivano rispondere «e con questo, cosa fai?»

Il Buemuschiato non esulta. Non è nel suo carattere.



sabato 6 giugno 2026

Ladies

"Ladies Love Country Boys" ovvero: il Bue Muschiato ha una crisi di identità sulla M5

C'è un momento preciso in cui capisci che la tua vita potrebbe prendere una direzione completamente diversa.

 

Per me è stato un venerdì mattina, sull'autostrada M5 in direzione Birmingham, sotto una pioggia inglese che non è pioggia vera ma una specie di umidità con pretese, quando la radio dell'area di servizio ha sparato a volume industriale "Ladies Love Country Boys" di Trace Adkins.

Trace Adkins, per chi non lo conosce, è un uomo di due metri che sembra costruito in un cantiere navale texano e che canta con una voce talmente bassa da far vibrare i bulloni dei guardrail. Lo ammiro senza riserve.

La canzone parla di un cowboy rude, figlio della terra, che conquista la donna di città. Pick-up truck. Stivali infangati. L'odore di diesel e libertà.

Mi sono fermato. Ho spento il casco. Ho riflettuto.

Sono un bue muschiato di duecento chili con le corna, originario dell'Artico canadese. Tecnicamente sono più "country" di qualsiasi cowboy del Tennessee. Io non ho bisogno di un pick-up — sono il pick-up. Non ho bisogno di stivali — ho zoccoli certificati per temperature di meno quaranta.

Il problema è che nessuna "ragazza di città" si è mai innamorata di me nei parcheggi delle cattedrali medievali (questo lo scrivo per coerenza narrativa ma in realtà non è vero e ho le prove).

Forse perché peso quanto un'utilitaria. Forse perché le mie corna rendono difficile la conversazione da vicino. Forse perché quando mi fermo in un'area di servizio inglese la gente chiama il 999.

Ho riacceso il motore.

La canzone continuava. Trace Adkins non conosce i miei problemi. Ma in fondo, ladies love country boys — e io vengo dal paese più country che esista.

È solo che il mio paese non ha donne. Ha solo tundra, caribù e vento.

Yeehaw.

martedì 2 giugno 2026

Churchill aveva ragione. E il Milan gli dà torto.

C'è una frase attribuita a Winston Churchill — e come tutte le frasi attribuite a Churchill potrebbe anche essersela inventata qualcun altro, ma è troppo bella per preoccuparsene — che dice più o meno così:
"Gli italiani vanno alla guerra come fosse una partita di calcio, e vanno alle partite di calcio come fosse una guerra."


Devo ammettere che, per decenni, l'ho considerata una di quelle battute geniali che fotografano un popolo con la precisione crudele che solo uno straniero di talento sa usare. Un'osservazione ironica, un po' cattiva, sostanzialmente vera.
Poi è arrivata la Curva Sud del Milan. E Churchill, se fosse ancora vivo, dovrebbe rivedere la seconda parte.


Perché quello che sta succedendo intorno al Milan non assomiglia a una guerra. 

Assomiglia a qualcosa di molto più serio.
Il 24 maggio scorso — ultima giornata di campionato, avversario il Monza, partita sostanzialmente ininfluente — circa cinquemila tifosi rossoneri si sono radunati nel pomeriggio davanti a Casa Milan in via Aldo Rossi. Non per festeggiare. Per contestare. Con striscioni, cori, e un'organizzazione logistica che avrebbe fatto onore a una manifestazione sindacale. Uno dei cartelli recitava: "Singer, Cardinale, Furlani, Scaroni, Ibra, Moncada: andate tutti via, liberate il Milan da questa agonia." Un elenco di nomi così lungo che il telo doveva essere almeno dieci metri. 

L'altro, più sintetico ma non meno definitivo: "Con voi al comando è fallimento sicuro."

Poi il corteo si è spostato a San Siro. Dove, prima del fischio d'inizio, i tifosi si sono disposti nel secondo anello della curva formando con i loro corpi la scritta "Go Home" — in inglese, si noti, quasi a volersi fare capire meglio dalla proprietà americana. Quindici minuti dopo l'inizio della partita, la Curva Sud si è svuotata. Tutti fuori. Al canto di "Tutti a casa". Con la squadra ancora in campo.

Fermiamoci un secondo su questo dettaglio: hanno comprato il biglietto, sono andati allo stadio, hanno organizzato una coreografia umana in inglese, e poi se ne sono andati dopo un quarto d'ora. Di loro spontanea volontà. Lasciando la curva vuota come monito.

Churchill, probabilmente, avrebbe sorriso.
Io pure, un po'.

Non perché la contestazione sia sbagliata — spesso è l'unico strumento che i tifosi hanno. Ma c'è qualcosa di commovente e assurdo insieme nel fatto che un popolo che ha attraversato tutto quello che ha attraversato riservi questa intensità emotiva, questa capacità organizzativa, questo senso del gesto collettivo, a undici uomini che rincorrono un pallone. O che non lo rincorrono abbastanza bene. O che lo fanno per conto di proprietari sbagliati, con un allenatore sbagliato, in un momento sbagliato.

La guerra, in confronto, deve sembrare più semplice. Almeno lì si sa chi è il nemico.

Al Milan, evidentemente, bisogna scrivere anche il nome sul cartello. Tutti e sei.

domenica 31 maggio 2026

Caporalato nel cantiere del Consolato USA a Milano: operai indiani a 2 euro l'ora per costruire l'ambasciata della democrazia

C'è una storia che mi ha accompagnato per tutta la domenica mattina, e non è quella del Giro d'Italia.

A Milano, in piazzale Accursio, sull'area dell'ex Tiro a Segno, sta sorgendo il nuovo Consolato Generale degli Stati Uniti d'America. Duecento milioni di dollari di investimento. Un'opera imponente, come si conviene a chi rappresenta la nazione che ha esportato la democrazia nei quattro angoli del pianeta. Libertà, giustizia, pari opportunità — in pietra, vetro e acciaio, proprio nel cuore di Milano.

I mattoni li stavano posando operai indiani, reclutati a Nuova Delhi da una società chiamata Dynamic House, portati in Italia con la promessa di un lavoro regolare. Paga mensile: tra 1.200 e 1.500 euro. Orario: dieci, dodici ore al giorno. Sei giorni su sette. Da questi emolumenti venivano poi sottratti quasi 900 euro per vitto e alloggio, forniti dall'azienda con la stessa generosità con cui un pescecane offre l'ombra. Risultato netto: meno di tre euro l'ora. La Procura di Milano ha usato una parola precisa per definire le condizioni di lavoro: paraschiavismo.

L'azienda costruttrice si chiama Caddell Construction Co. LLC. È americana, naturalmente. Ha vinto l'appalto del governo americano per costruire il consolato americano. Il cerchio è perfetto, quasi elegante.

Stamattina i carabinieri hanno fermato all'aeroporto di Orio al Serio un signore di 49 anni che si chiama Ulas Demir. Manager turco, responsabile del ramo italiano di Caddell, ingegnere di formazione. Stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul con la moglie al fianco. Aveva comprato i biglietti ieri, il giorno dopo che la Procura aveva messo l'azienda sotto controllo giudiziario e accertato, testualmente, numerose violazioni nel cantiere.

Il tempismo era eloquente. E la Procura lo aveva capito prima ancora che Demir si presentasse al gate: lo avevano intercettato in una telefonata con un interlocutore rimasto ignoto — si ritiene un superiore in Caddell — che gli aveva consigliato di tornare in Turchia per ferie. Una vacanza improvvisata, comprensibile, ci mancherebbe. Tutti abbiamo bisogno di staccare.

Pericolo di fuga concreto, chiaro e imminente, ha scritto il PM Paolo Storari nel decreto di fermo. Demir è in carcere a Bergamo. Le ferie le farà lì.

Ora, io non sono un giudice e non mi interessa stabilire le responsabilità penali di nessuno — ci pensano i magistrati, e sembrano farlo con una certa efficienza. Quello che mi interessa è un'altra cosa.
Mi interessa quella che potremmo chiamare la geometria dell'ipocrisia.

Gli Stati Uniti sono il paese che ogni anno pubblica il Trafficking in Persons Report, il rapporto con cui valuta e classifica tutti gli altri paesi del mondo in base al loro impegno contro lo sfruttamento lavorativo e la tratta di esseri umani. È uno strumento diplomatico potente, a tratti coercitivo: chi riceve una valutazione bassa rischia di perdere aiuti e cooperazione. Washington se ne occupa molto.

Nel frattempo, nel cantiere del loro consolato a Milano, centinaia di uomini lavoravano in condizioni che gli investigatori hanno paragonato alla schiavitù.

Non sto dicendo che il governo americano sapesse — probabilmente non sapeva, ed è lecito distinguere tra un committente pubblico e un appaltatore privato. Ma c'è qualcosa di strutturalmente comico, e insieme di profondamente sgradevole, nel fatto che il simbolo fisico della presenza diplomatica americana in Italia sia stato costruito in questo modo. Come se la democrazia avesse un costo, e qualcuno avesse deciso che quel costo lo dovevano pagare altri.

Ci sono cose che non cambiano, indipendentemente da chi le fa.

Il caporalato è caporalato. Lo sfruttamento è sfruttamento. Un operaio che lavora dodici ore al giorno per tre euro l'ora, in un paese straniero, lontano da casa, senza possibilità reale di protestare, è una persona in una condizione intollerabile — che stia costruendo una villa privata o il tempio della libertà occidentale.

Anzi, forse il secondo caso è peggio. Perché aggiunge all'offesa la beffa.

Il Bue Muschiato è un animale che ha imparato a sopravvivere in condizioni estreme mantenendo una certa dignità. 

Non galoppa, non fa scenate, non si mette a urlare contro il vento. Abbassa la testa, aspetta, e ricorda.

Ricorda tutto.

sabato 30 maggio 2026

Real estate tossica: quando chi distrugge torna a speculare

C'è una canzone che gira in questo periodo — Sticks & Stones di Abi Z — che parla di qualcosa di preciso: i potenti che scatenano conflitti da lontano e lasciano agli altri il conto da pagare. È una metafora musicale. 

Ho guardato e ascoltato il video e ho pensato al mio lavoro. 

Nel real estate, metafora di questa canzone è diventata un modello di business. Gaza è l'esempio più estremo e più visibile in questo momento. 

Prima la distruzione sistematica di un territorio. Poi — mentre le macerie sono ancora calde — i progetti: resort, waterfront, real estate di lusso. Capitali pronti, rendering già circolanti. Il mercato immobiliare come atto finale di un conflitto, non come sua conseguenza. 

Non è la prima volta.

La storia del real estate internazionale è costellata di territori devastati trasformati in opportunità di investimento da chi aveva già pronto il piano B. È successo dopo il tsunami in Sri Lanka, dopo Katrina a New Orleans, nei Balcani degli anni Novanta. Il copione si ripete: la crisi abbatte i prezzi, azzera i diritti, svuota i titoli di proprietà. E qualcuno compra.

Si chiama disaster capitalism. Nel mattone assume una forma particolarmente concreta e duratura: le case non si spostano, i territori restano, e con loro la memoria di come sono stati acquisiti.

La mia io e la mia T4 crediamo che il mercato immobiliare abbia una responsabilità che va oltre il rendimento.

Fare advisory seria significa saper leggere l'etica di un'operazione, non solo la sua redditività. Significa chiedersi da dove viene un asset, cosa ha attraversato, chi ne ha pagato il prezzo.
Perché il valore di un immobile non si misura solo in euro al metro quadro. Si misura anche su chi lo ha pagato — e come.

giovedì 28 maggio 2026

Alla Mercè del Caso - Riflessioni di un Sopravvissuto

C'è una cosa che nessuno ti dice quando sei giovane e ambizioso: che il tuo piano quinquennale è, fondamentalmente, una barzelletta che stai raccontando all'universo.

Non una barzelletta cattiva. Anzi, l'universo la ascolta con una certa attenzione, annuisce, sembra interessato e poi? Improvvisa. Sempre. Con una creatività che fa invidia.

Il problema non è il caso in sé. Il problema è che ci siamo costruiti, con pazienza e ingegno collettivo, un'intera narrativa basata sull'idea opposta. Il merito. La visione. La strategia. "Se vuoi, puoi." LinkedIn è il tempio di questa religione: un posto dove ogni successo è il frutto cristallino di una decisione coraggiosa.

Nessuno scrive: "Ho ottenuto questo contratto perché ero in ascensore con la persona giusta quando è mancata la corrente."

Eppure è esattamente quello che succede. Continuamente. A tutti.

La parte ironica è che più sei intelligente, più sei convinto di controllare le variabili. Gli stupidi, almeno, si affidano alla fortuna senza complessi. I furbi costruiscono sistemi sofisticatissimi di causa-effetto, analisi del rischio, scenari alternativi - e poi una pandemia, un cambio di algoritmo, una telefonata ricevuta mentre eri distratto smonta tutto in 48 ore.

Il caso non è democratico, ma è assolutamente egalitario nella sua indifferenza. Colpisce il precario e il CEO con la stessa disinvoltura. L'unica differenza è che il CEO ha più ammortizzatori e questo non è merito, è un altro strato di caso accumulato negli anni precedenti.

E allora cosa si fa? Qui casca l'asino o meglio, qui casca la riflessione onesta.

Perché la risposta comoda sarebbe: "Lasciati andare, abbraccia l'incertezza, vivi il presente." Roba da corso di mindfulness a 380 euro il weekend. Bella, inutile, e praticabile solo da chi ha già risolto i problemi logistici dell'esistenza.

La risposta scomoda è un'altra: si continua a pianificare, sapendo che il piano è parzialmente inutile. Si continua a lavorare, sapendo che il caso può vanificare o moltiplicare il lavoro in modi imprevedibili. Si costruisce una certa flessibilità strutturale  non come rassegnazione, ma come lucidità  per non andare in pezzi quando l'universo improvvisa.

Il vero problema non è essere alla mercè del caso.

È fingere di non esserlo.

Perché chi finge ha due svantaggi simultanei: spreca energie enormi nell'illusione del controllo totale, e si trova completamente impreparato quando il caso - puntuale, creativo, assolutamente indifferente ai suoi piani - bussa alla porta.

Di solito senza preavviso.

Di solito nel momento peggiore.

Di solito con un'idea migliore della tua.


martedì 26 maggio 2026

IL BUE MUSCHIATO GUARDA JOHN WICK Analisi critica di chi attraversa la tundra da solo da 10.000 anni

Ho visto John Wick. Non con qualcuno, ovviamente — sono un bue muschiato, non un animale sociale. Da solo, in silenzio, con quella concentrazione che di solito riservo alle tempeste di neve e agli orsi polari che si avvicinano troppo.

E vi dirò una cosa: mi sono sentito visto.

Quest'uomo — questo Keanu Reeves con la giacca stirata nonostante abbia appena attraversato mezza New York a piedi — funziona esattamente come funziono io. Zero parole inutili. Zero spiegazioni. Un obiettivo. Avanti.

Qualcuno gli chiede "stai bene?". Lui non risponde. Lo capisco profondamente. Anche a me, in tundra, nessuno chiede se sto bene — ma se succedesse, non risponderei nemmeno io. Non per cattiveria. È che la risposta è ovvia: sto attraversando la tundra, sto benissimo, grazie.

Il punto di contatto più alto tra me e John Wick è però un altro: entrambi veniamo sottovalutati finché non è troppo tardi. Tutti pensano che il bue muschiato sia lento. Pacifico. Un po' peloso. Poi ti avvicini troppo e capisci che hai sbagliato tutti i calcoli. John Wick funziona identicamente: sembrava uno in pensione con un cagnolino. Poi è bastato toccare il cagnolino.

Morale: non toccare le cose delle persone — e degli animali. Sanno come gestire i problemi.

Ma la scena che ho preferito in assoluto è quella del garage con il meccanico italiano. Per chi non la ricordasse: John Wick entra, i due si parlano come se si conoscessero da sempre. Poche parole. Niente spiegazioni. Un'intesa silenziosa tra persone che hanno visto cose.

L'ho guardata tre volte di fila. Non per l'azione — lì non succede praticamente niente. L'ho guardata perché finalmente qualcuno ha capito come funzionano le conversazioni tra persone serie.

Il meccanico non chiede "ma perché sei qui?", "come stai?", "ti posso aiutare?". Sa già perché è lì. Sa già come sta. E aiuta senza fare domande perché le domande, in certi contesti, sono una perdita di tempo per entrambi.

Anche in tundra funziona così. Quando due buoi muschiati si incrociano durante una bufera, non si fermano a fare il punto della situazione. Si guardano, si annuiscono — metaforicamente, abbiamo le corna, non è comodo annuire — e ognuno continua per la sua strada. Rispetto reciproco. Zero burocrazia emotiva.

Il meccanico italiano di John Wick è, a tutti gli effetti, il bue muschiato del cinema. Dignitoso. Competente. Non pervenuto sui social. Probabilmente con un buon olio d'oliva in garage da qualche parte. Mi rivedo completamente.


sabato 23 maggio 2026

Due mesi con la T7: confessioni di uno che ha guidato troppo

 "Ho avuto una Hayabusa. Ho avuto una R1. Ho avuto una BMW GS ADV che mi ha portato in Russia del nord, in Siberia, in Mongolia, negli Stan. E dopo due mesi, la Yamaha T7 è seconda in classifica. Spiegatemi."


Premessa necessaria: non sono obiettivo.
Non lo sono mai stato con le moto, e dopo trent'anni abbondanti di selle, pneumatici, bulloni allentati nel posto sbagliato e frontiere che non volevano aprirsi, ho smesso di fingere il contrario. Le moto non si valutano — si vivono. E dopo due mesi con la T7, posso dire con la stessa certezza con cui dico poche cose nella vita: questa moto è qualcosa di speciale.
Seconda in classifica. Dietro solo alla Hayabusa.
Davanti alla GS ADV che mi ha portato in Mongolia.
Davanti alla R1.
Datemi un momento.
La classifica completa, per chi ama il contesto:
Ho guidato, posseduto, amato e a volte odiato, nell'ordine che conta: una Hayabusa, la T7, la BMW GS ADV, una R1, una KTM 525, una KTM 690, una Ninja 1000, una Dragstar 1200. Più altre che non meritano menzione ufficiale ma che nel loro piccolo hanno contribuito alla formazione del carattere.
Ogni moto è stata giusta per quello che era. La Hayabusa era pura follia organizzata — non si guida, si negozia con la fisica. La GS ADV era un animale da soma instancabile, fedele come pochi, con cui ho percorso strade che su Google Maps non esistevano. La KTM 690 era osso puro, niente sovrastrutture, tu e il motore e basta.
La T7 non dovrebbe essere seconda.
Eppure.
Il problema con la T7 è che non ha difetti evidenti.
E i difetti evidenti, nelle moto, servono. Ti danno una storia da raccontare. Ti danno qualcosa con cui fare i conti, un carattere da domare, una stranezza da imparare a gestire.
La T7 non ti dà questo lusso.
È leggera — 189 kg in ordine di marcia — ma non sembra fragile. È alta, ma non impettita. Il bicilindrico parallelo da 689cc ha una coppia che arriva bassa, come piace a chi ha fatto sterrato serio, e un suono che non urla ma convince. Non ha elettronica invasiva. Non ti giudica. Non interviene quando non dovrebbe.
Ti lascia guidare.
Sembra una cosa ovvia. Non lo è. Le moto moderne tendono a diventare assistenti di volo — sistemi che correggono, compensano, ottimizzano. La T7 ha quello che serve e niente di più. È una filosofia, non una scelta di risparmio.
Cosa manca alla GS ADV, allora?
Niente, in senso assoluto. La GS ADV era perfetta per quello che chiedevo: bagagli, distanze, strade non strade, freddo, caldo, frontiere con doganieri annoiati e strade di ciottoli a tremila metri. Era una casa con le ruote.
Ma era anche pesante. E complessa. E quando qualcosa si rompeva nel posto sbagliato — Uzbekistan, diciamo, con una concessionaria BMW a distanza siderale — la complessità diventava un problema concreto.
La T7 è più semplice. Brutalmente semplice. E dopo anni di moto elaborate, quella semplicità suona come una risposta.
Due mesi. Cosa so già.
So che in off-road leggero è divertente in modo quasi infantile — quella leggerezza che ti fa provare cose che su una moto più pesante non tenteresti. So che in autostrada non è il suo habitat naturale, ma ci sta, con dignità. So che il sedile lungo è una benedizione per chi cambia posizione ogni cento chilometri come faccio io.
So che mi fido di lei.
La fiducia con una moto si costruisce in modi che non si spiegano bene. È un accumulo di momenti — una frenata che risponde esattamente come te l'aspetti, una curva che si chiude dove doveva chiudersi, un dosso preso male che finisce meglio del previsto. Dopo due mesi, la T7 ha già un conto corrente di fiducia in attivo.
Non so ancora dove mi porterà.
Ma ho un'idea.
E questa volta voglio che la strada sia ancora più lunga.





Oggi mi sono levato pure il pensiero

 

Oggi mi sono svegliato con la precisa sensazione di essere “uno che ha capito qualcosa”.

Prima ancora del caffè, ho già risolto il problema dei falsi preoccupati, della società liquida, della politica e del modo in cui il mondo si sta muovendo troppo lentamente verso il suo naturale collasso.

 


Ho guardato fuori dalla finestra e ho pensato:
“Ma che fretta avete tutti? Sparate like, condividete meme, fate mesh, ma nessuno ha ancora chiarito perché il caffè del bar sotto casa è sempre leggermente più amaro del previsto.”

Allora ho deciso di scrivere questo post.
Non perché serva, ma perché il blog unbuemuschiato.net lo impone:
se non sei almeno un po’ scombussolato, qui non sei nessuno.

Falsi preoccupati, ma con stile

Ho ascoltato il pezzo dei Punkreas dedicato ai “falsi preoccupati” e ho fatto un esercizio di autoanalisi:

  • Preoccupato vero: mi preoccupo quando il mercato va giù, quando il progetto rallenta, quando il proprietario cambia idea alle 19:59.

  • Falso preoccupato: mi preoccupo quando il Wi‑Fi in riunione è un po’ lento, come se il destino dell’umanità dipendesse da una presentazione in PowerPoint.

Nel dubbio, ho deciso di comportarmi come un falso preoccupato ma con stile:
apro Spotify, inserisco “Falsi Preoccupati” in playlist, aumento il volume e faccio finta che il problema sia il sistema, non il codice.

Quando il blog ti obbliga a essere onesto

Ecco la verità:
unbuemuschiato.net esiste perché qualcuno, una volta, ha detto “ma che cazzo stai facendo?” e l’altro ha risposto “solo un po’ di blog, un po’ di noting, un po’ di pensieri messi giù senza filtro”.

Ora quel “qualcuno” sono io.
E il blog è la mia scusa per dire tutto quello che non direi mai in una riunione di condominio.

Quindi, se anche tu ogni tanto ti senti “falso preoccupato”, benvenuto.
Il mondo è pieno di chi fa finta di gestire tutto con calma, ma sotto sotto sbuffa davanti a un Excel che non si aggiorna.
Fare il falso preoccupato non è un problema, finché sai ridere di te stesso.

E se il mondo non ti prende sul serio, almeno alzi il volume a “Falsi Preoccupati” e fai finta che il tuo sfogo sia un concerto.

venerdì 22 maggio 2026

“ABS inserito o no?” Questo è il dilemma

Era una di quelle mattine in cui il caffè non bastava e la strada prometteva troppo. UnBueMuschiato fissava la sua T 700 WR come si guarda un complice: con malizioso rispetto.
“ABS inserito o no?” si chiese, infilando il casco.
Domanda apparentemente semplice. In realtà, una di quelle che separano i motociclisti da chi “va in moto”.

 
La T700 elegante nella sua brutalità funzionale, offriva due filosofie di vita: ABS attivo su entrambe le ruote, oppure ABS disattivato solo al posteriore. Niente vie di mezzo psicologiche: o fiducia nel sistema, o fiducia nei propri arti.
UnBueMuschiato partì con l’ABS attivo. Modalità “mammifero responsabile”. Asfalto perfetto, traffico educato, tutto sotto controllo. Frenata precisa, composta, quasi troppo. La moto si comportava come un consulente finanziario prudente: nessuna sorpresa, nessun rischio, rendimento stabile.

“Ok,” pensò, “ma dove sta il divertimento?”
 
Svoltò su una strada bianca. Polvere fine, curve ampie, qualche tratto scavato. Terreno ideale per iniziare a mettere in discussione le proprie certezze.
Prima staccata su ghiaia. Pinzata e l’ABS entrò in azione: la leva vibrava leggermente, la moto rallentava ma con quella sensazione di “sto facendo il possibile, ma la fisica non collabora”.
UnBueMuschiato strinse le labbra.
“Molto civile. Forse troppo.”
Dopo qualche curva, si fermò, motore al minimo, silenzio della campagna, e quella vocina interiore che ogni motociclista conosce:

“Dai. Lo sai che vuoi farlo.”

Premette il pulsante. ABS disattivato sulla ruota posteriore.
Un piccolo gesto, ma carico di significato. Come togliere una rotella alla bicicletta… dopo trent’anni e ripartì.
Prima curva, approccio prudente. Seconda, un po’ deciso. Alla terza, momento verità: staccata su sterrato con piede sul freno posteriore.
Blocco immediato.
La ruota dietro iniziò a scivolare, la moto si mise di traverso. Non in modo drammatico, ma quanto basta per trasformare la frenata in qualcosa di… narrativo.
UnBueMuschiato sorrise dentro il casco.
“Ecco. Adesso sì.”
Con l’ABS solo davanti, la moto diventava improvvisamente un oggetto più sincero. L’anteriore continuava a proteggerti dagli errori grossolani, mentre il posteriore ti lasciava giocare ed esagerare un po’.
Era come avere un socio affidabile che ti lascia prendere qualche rischio.
Curva dopo curva, iniziò a prendere confidenza. Usava il freno dietro per chiudere le traiettorie, per stabilizzare, per “disegnare” le curve sulla ghiaia. Non sempre perfettamente, ma sempre con quella sensazione di essere lui a comandare — o almeno a provarci.
Poi arrivò la salita.
Ripida, con fondo smosso dove le decisioni tecniche diventano rapidamente decisioni esistenziali.
UnBueMuschiato si fermò di nuovo.

“E se tolgo tutto?”

Un silenzio era sceso. Anche la moto, sembrava trattenere il respiro.
Disattivare completamente l’ABS significava entrare in un’altra dimensione. Niente più rete di sicurezza. Solo lui, le pinze, e il coefficiente sottovalutato di attrito.
Premette di nuovo il pulsante. ABS OFF. Davanti e dietro e ripartì.
La differenza si sentì subito. La frenata anteriore, improvvisamente, richiedeva rispetto. Non più quella protezione invisibile. Qui ogni errore sarebbe stato istruttivo e anche educativo: acquisisci la scienza ma senza sapienza dove vai?!
Salì senza problemi, ma la vera prova arrivò in discesa.
Prima curva: pinzata leggera. Tutto ok.
Seconda: un po’ più deciso.
Terza: troppo.
La ruota anteriore accennò il blocco. Un istante sufficiente a mandare un messaggio chiarissimo:

“Amico, qui non siamo più in modalità tutorial.”

UnBueMuschiato rilasciò il freno e recuperò la traiettoria.
Non era paura. Era consapevolezza.
Con ABS totalmente disattivato, la T700 diventava una moto onesta e brutale. Ti restituiva esattamente quello che le davi: precisione per precisione, errore per errore.
Nessun filtro.
Si fermò a valle, spense il motore e tolse il casco. Un sorriso largo, di quelli che non hanno bisogno di spiegazioni.
“Quindi,” disse ad alta voce, come se stesse facendo una presentazione a un cliente immaginario, “abbiamo tre modalità operative.”
Alzò un dito.  
“ABS completo: sicurezza e prevedibilità”
Secondo dito.
“ABS solo anteriore: compromesso intelligente. Protezione davanti, libertà dietro. Divertimento controllato.”
Terzo dito.  
“Niente ABS: responsabilità totale. Performance pura… se sai cosa stai facendo.”
Si fermò un attimo.
“E se non lo sai, impari, e in fretta.”
Rimontò in sella. Questa volta lasciò l’ABS disattivato solo al posteriore.
“Equilibrio,” mormorò.
Ripartì verso casa, alternando tratti di sterrato e asfalto e dialogando con l’ABS,  e allora capì che non era un nemico del divertimento. Era uno strumento. Come un buon contratto: dipende da come lo usi.

Troppa protezione, e perdi sensibilità.
Troppa libertà, e rischi di pagare caro ogni errore.

 
La T700 WR, in questo, era quasi filosofica: ti dava la possibilità di scegliere ogni volta che persona essere.
Il prudente.
Il giocatore.
O quello che pensa di essere meglio di quanto è davvero.
Arrivò al bar di sempre. Parcheggiò, tolse il casco, ordinò un caffè.
Un altro motociclista si avvicinò, guardando la moto.
“Com’è?” chiese.
UnBueMuschiato fece una pausa, come se stesse per rivelare un segreto importante.
“Dipende,” rispose. “Tu quanto ti fidi di te stesso?”
L’altro rise, pensando fosse una battuta.
UnBueMuschiato no.

Guardò la Ténéré, ancora sporca di polvere, e pensò che forse quella era la vera differenza: non tra ABS sì o no, ma tra chi usa la moto per spostarsi… e chi la usa per capirsi un po’ meglio.
 
E in quel momento, il caffè gli sembrò finalmente all’altezza.