Nella tundra c'è un vantaggio che in
città nessuno considera:
il tempo per guardare le cose da
lontano.
Io lo guardo da qui, da questo pianoro
gelato dove passa poco altro che vento e qualche lupo distratto, e da qui il
ventesimo secolo che avete studiato a scuola, per intenderci quello dei muri
caduti, delle bandiere ripiegate, dei dittatori impagliati nei musei della
memoria, non mi sembra affatto chiuso. Mi sembra semplicemente cambiato di
vestito.
Nel 1989 tutti erano convinti di aver
seppellito qualcosa.
Il muro di Berlino crolla, l'URSS si sfarina, e in Occidente si
scrive il necrologio del totalitarismo come fosse un animale estinto, buono al
massimo per un documentario in bianco e nero.
Io c'ero, in un angolo di tundra
qualunque, e ricordo di aver pensato: bella favola. Perché il totalitarismo,
quello vero, non è mai stato solo un partito unico con la faccia di un tiranno
stampata sui muri. È un impulso, è il tentativo di occupare tutta la
vita di una persona, non lasciarle un angolo che non sia già stato contato,
misurato, orientato verso uno scopo che non ha scelto. Cambia il vestito. Non
cambia l'impulso.
E qui uso la parola giusta, senza
infilarmi in elucubrazioni di distinguo accademici.
Totalitarismo: non "deriva", non
"erosione democratica", non "populismo strutturale" NON
tutte quelle parole comode per chi vuole descrivere l'incendio senza dire che
la casa sta bruciando.
Lo dico chiaro perché non sono il primo
a dirlo, e non lo dicono solo i buoi muschiati stanchi come me.
Hannah Arendt, che di totalitarismo se
ne intendeva più di chiunque altro dato che l'aveva visto divorare l'Europa da
dentro, scriveva che il regime totalitario non si accontenta della
sottomissione politica: vuole la sfera privata, vuole rifare l'uomo da
capo.
Ecco, oggi nessuno vi manda gli uomini
in divisa a controllare cosa pensate. Non serve più. Basta il telefono che
avete in tasca, quello che sapete della vostra vita più di quanto ne sappia
vostra madre, e che vende questa conoscenza a chi vi vuole vendere qualcosa o
vi vuole far votare qualcuno.
Shoshana Zuboff l'ha chiamato
capitalismo della sorveglianza, e il punto non è tanto che vi guardano, è che
modellano il comportamento prima ancora che voi decidiate di averlo.
Non è più repressione. È previsione che
diventa produzione.Sheldon Wolin, un politologo americano
che pochi leggono e che invece andrebbe fatto studiare accanto ad Arendt, ha
coniato per questo un termine bellissimo: totalitarismo invertito.
Il totalitarismo classico concentrava il
potere nello Stato con ideologia e terrore visibili, bandiere, cortei, il
nemico del popolo indicato col dito. Quello di oggi fa l'esatto contrario:
lascia in piedi il guscio (le elezioni ci sono, i parlamenti pure, i talk show
discutono tutta la sera) ma svuota il guscio della sostanza, e sposta il
comando reale verso il capitale finanziario e corporativo. Non ha bisogno del
vostro entusiasmo ideologico. Gli basta la vostra distrazione. Un cittadino
stanco, indebitato, che scorre il telefono prima di dormire, è molto più
governabile di un cittadino convinto.
E qui arriva l'obiezione che sento
arrivare da un chilometro, perché me la fanno sempre: "ma non ci sono i
lager, non ci sono i gulag, quindi non è vero totalitarismo". Vero. E
proprio questo dovrebbe preoccuparci di più, non di meno.
Un sistema che ottiene la sottomissione
senza sparare un colpo ha risolto un problema che i vecchi dittatori non erano
mai riusciti a risolvere: il costo della repressione. Il manganello costa,
genera martiri, produce resistenza. Il mutuo no. Il debito da pagare non genera
eroi, genera gente che si alza alle sei per andare a lavorare in un posto che
detesta perché altrimenti perde la casa.
Byung-Chul Han l'ha scritto meglio di
chiunque altro: il potere di oggi non vi dice più "non puoi".
Vi dice "puoi, devi, sii te stesso, ottimizzati" e noi
ci sfruttiamo da soli, convinti di essere liberi mentre lo facciamo.
Non serve il carceriere quando il
prigioniero si costruisce la cella con l'entusiasmo di chi arreda casa.
E di ascensori sociali, ne
vogliamo parlare?
Michael Sandel ha scritto un libro
intero - La tirannia del merito - su come la retorica meritocratica sia
diventata la foglia di fico più elegante mai inventata per giustificare un
privilegio che si eredita, non si conquista. Chi nasce già dentro il
palazzo si convince di esserci arrivato con le proprie forze, e
disprezza chi è rimasto fuori come se la colpa fosse solo sua. È un
totalitarismo morale, prima ancora che economico: non solo controlla
chi sale, ma ci convince che il sistema sia giusto proprio mentre ci tiene
fuori dalla porta.
E la politica, quella che dovrebbe
essere l'argine, si è fatta ostaggio proprio di ciò che dovrebbe arginare.
Colin Crouch l'ha chiamata
postdemocrazia: le forme restano, il rito elettorale si celebra puntuale ogni
tot anni, ma le decisioni vere si negoziano altrove, tra lobby e uffici che i
cittadini non vedranno mai. Wolfgang Streeck, da economista, la mette giù
ancora più dura: la tensione tra capitalismo e democrazia sarebbe da tempo
insostenibile, e finora l'abbiamo tenuta in piedi solo comprando tempo con
debito pubblico prima e con debito privato poi, però il Tempo non è una risorsa
infinita, prima o poi si esaurisce.
C'è un dettaglio che pochi ricordano e
che invece qui torna utile: la stessa parola "totalitario" applicata
al capitalismo occidentale non l'ho inventata io né l'ha inventata Wolin.
Adorno e Horkheimer, scuola di Francoforte, negli anni Quaranta scrivevano già
che l'industria culturale delle democrazie occidentali produceva un controllo
psicologico e politico capillare, semplicemente vendendolo come intrattenimento
invece che come dottrina di Stato. Ottant'anni fa. Prima di internet, prima degli
algoritmi, prima che il vostro telefono sapesse che eravate tristi prima ancora
di voi. Avevano visto il seme ed ora non viviamo dentro quest’albero.
Non sto dicendo che sia identico al
Novecento che sarebbe una scemenza, e i buoi muschiati non dicono scemenze, al
massimo le pensano mentre ruminano.
Non ci sono i campi, non c'è il partito
unico armato, e questa differenza conta, eccome se conta. Ma il fatto che
manchi la violenza esplicita non significa che manchi il totalitarismo:
significa solo che ha imparato a fare a meno del suo strumento più costoso. Ha scoperto che il controllo funziona
meglio se lo desideriamo noi stessi, se lo chiamiamo libertà, se lo paghiamo
con l'abbonamento mensile.
Io da qui, dalla tundra, non ho
soluzioni eleganti da offrire. Ho solo l'unico vantaggio che il freddo mi
lascia: la lucidità di chiamare le cose col loro nome, anche quando il nome fa
paura, anche quando qualcuno preferirebbe un eufemismo più educato.
I totalitarismi non sono tornati. Non se
ne sono mai andati del tutto. Hanno solo imparato a travestirsi da scelta
libera, e questo è quanto di più efficace un potere possa inventarsi.
UnBue Muschiato Stanco