venerdì 26 giugno 2026

“Do It Again” – la sigla che non ti lascia andare

Quando il finale di un film ti spiega la trama meglio dei due atti precedenti

Alla fine di The Tender Bar, mentre J.R. parte verso Manhattan con l’auto regalata da zio Charlie, parte “Do It Again” degli Steely Dan – e resta per tutti i titoli di coda, intera, senza tagli. Scelta non casuale: il pezzo del 1972 parla di cicli che si ripetono, di chi promette di smettere e finisce sempre per tornare al punto di partenza.

Io, UnBue Muschiato, da animale che ogni anno ripercorre identica la stessa migrazione sulla stessa identica neve, un po’ mi ci ritrovo: J.R. fugge dal padre assente per diventare scrittore, ma la domanda resta sospesa nell’aria insieme al fumo del bar – si rompe davvero un ciclo, o si finisce solo per “farlo di nuovo” in una forma diversa?

Morale di UnBue Muschiato: le sigle finali raramente sono lì per caso. Quella giusta, scelta da un grande chitarrista jazz-rock, racconta la psicologia del protagonista meglio di un intero terzo atto.

#TheTenderBar #SteelyDan #DoItAgain #Cinema #UnBueMuschiato

Il bancone di zio Charlie

... dove i muschiati non vanno al bar, ma avrebbero dovuto fondarne come in un noto film.

 


Confesso che io, UnBue Muschiato, di bar ne ho frequentati pochi: l'altopiano ghiacciato dove vivo non prevede bancone, cameriere, né luce calda di fondo alle nove di sera. Eppure Riguardando The Tender Bar di George Clooney mi sono commosso come un vitello davanti al primo ciuffo di lichene della stagione.

La storia, per chi non la conoscesse: J.R. cresce a Long Island senza un padre presente, ma con qualcosa di meglio - uno zio, Charlie, che gestisce un bar chiamato "Dickens", pieno di libri sugli scaffali al posto delle sole bottiglie. Lì, tra un whisky versato e una battuta secca, J.R. impara più cose sulla vita di quante gliene avrebbe insegnate una qualsiasi scuola. Ben Affleck interpreta questo zio-filosofo con la "sapienza" di chi ha capito che il vero sapere si trasmette appoggiati a un bancone, non da una cattedra.

Da muschiato, il concetto mi è familiare. Noi non abbiamo libri, ma abbiamo il branco. Quando il giovane non sa come affrontare la tundra, non gli si fa una lezione frontale: gli si sta vicino, gli si fa scudo col corpo, e lui imparerà guardando. Charlie fa lo stesso, solo che usa le parole invece della groppa, e il vento gelido lo sostituisce con il fumo di sigaretta e i bicchieri sporchi.

Il film è dolce senza essere stucchevole - rara qualità, come un lichene non ancora gelato - e racconta che a volte un padre lo si trova al bancone di un pub di periferia, travestito da zio scorbutico con la battuta sempre pronta e il consiglio giusto al momento sbagliato.

Morale di UnBue Muschiato: non serve un padre perfetto. Serve qualcuno che ti versi da bere e ti dica la verità - anche quando avresti preferito sentire una bugia più dolce.

#TheTenderBar #GeorgeClooney #Cinema #ZioCharlie #UnBueMuschiato

lunedì 22 giugno 2026

Il ristorante più esclusivo del mondo (zero recensioni su Google, e va benissimo così)

Sì, esatto. Questo è il miglior ristorante di UnBue Muschiato.

 

Niente menu, niente cameriere, niente musichetta di sottofondo che non hai chiesto. Solo vento, qualche pozza d'acqua che fa da specchio al cielo grigio, e una tundra che a fine stagione decide di incendiarsi tutta insieme: rosso, ocra, giallo bruciato, come se qualcuno avesse rovesciato la tavolozza di un disegnatore di copertine death metal su un tappeto infinito.

Il dehors? Tutto quello che vedi nella foto, e oltre. Niente prenotazione richiesta, anche se in effetti il vero proprietario di queste terre potrebbe essere proprio un bue muschiato che bruca tranquillo da qualche parte fuori campo, completamente indifferente al fatto che gli ho appena rubato il tavolo migliore.

Il menu di oggi: quello che c'era nelle borse laterali. Pane un po' raffermo, qualcosa di proteico preso al volo all'ultimo distributore utile, acqua che sa vagamente di plastica calda. Da un punto di vista gastronomico, onestamente, una schifezza.

Ma il servizio — il servizio è impeccabile. Silenzio totale, vista panoramica a 360°, nessuno che ti guarda mentre mangi con le mani, nessun rumore tranne il motore che si raffredda piano dietro di te scoppiettando. Provate a trovare questo in un tre stelle Michelin.

Si potrebbe dire che il vero lusso, a un certo punto del viaggio, smette di essere quello che hai nel piatto e diventa semplicemente dove te lo stai mangiando. E qui, in mezzo al nulla più bello che si possa attraversare, il conto è gratis. Paghi solo in chilometri, e quelli, diciamocelo, li avresti macinati comunque.

Buon appetito.

domenica 21 giugno 2026

Pedrosa, Mir, Hayden: tre nomi e un'unica sentenza del destino

UnBue Muschiato scopre che il talento è un consiglio, il destino è una sentenza.

 




Ci sono pomeriggi in cui io, UnBue Muschiato, smonto dalla sella e mi metto a guardare le classifiche storiche del motomondiale con la stessa attenzione con cui un eremita legge i tarocchi: sapendo già che non cambierà nulla, ma sperando lo stesso in un segno.

Dani Pedrosa non ha mai vinto un mondiale della classe regina. Punto. Eppure chiunque l'abbia visto in pista sa che era — è — uno degli interpreti più puliti, veloci e chirurgici della guida su due ruote che la storia recente ricordi. Poi guardo Joan Mir, campione 2020, e Nicky Hayden, campione 2006: piloti solidi, tenaci, meritevoli a modo loro, ma non — diciamolo senza guanti di velluto — della stessa categoria di Pedrosa nei picchi di talento puro.

E allora? Allora niente. Il motomondiale, come la vita, come l'amore, come le gare di chi arriva primo all'autogrill sulla statale, non premia sempre il migliore. Premia chi è nel posto giusto, nell'anno giusto, con la moto giusta, senza la clavicola rotta per la sedicesima volta, senza un rivale più fortunato di passaggio nello stesso decennio.

Ho imparato — io UnBue, non pilota, ma osservatore professionista di cadute altrui — che contro il destino non si vince mai. Si può solo, con un po' di fortuna e una buona dose di umiltà, arrivarci in pari, qualche weekend su cento. Pedrosa lo sapeva meglio di chiunque altro, e correva lo stesso, con quella faccia da impiegato delle poste che ha sempre nascosto un fenomeno.

Morale di UnBue Muschiato: il talento ti porta in pole. Il destino decide chi vince. E nessuno, ma nessuno, ha mai battuto il destino neanche ai punti.

#MotoGP #Pedrosa #Mir #Hayden #Destino #BueMuschiato
Categoria: Riflessioni / Sport

sabato 20 giugno 2026

I MAIDEN A SAN SIRO: NO, GRAZIE, HO GIÀ DATO

Quarantasei anni a inseguirli per l'Europa, e quando arrivano sotto casa gli sparo a vista per principio.


 

Diciamolo senza giri di parole: per tre decenni gli Iron Maiden hanno trattato l'Italia come una groupie di passaggio, buona per una notte tra un festival tedesco e un palco inglese, mai per un impegno serio. E io, idiota innamorato, gli ho rincorso il culo fino a Ginevra, fino a Berlino, fino a Londra, dormendo in aeroporti e mangiando panini di gomma, mentre loro a casa mia non si degnavano nemmeno di mandare una cartolina.

Adesso che hanno l'anca rifatta e il calendario vuoto perché nessun altro li vuole più a quelle cifre, si materializzano proprio a San Siro, sotto le mie finestre, con la sfrontatezza di chi pensa che basti un megafono e cinquant'anni di nostalgia per farsi perdonare tutto. No. Io non perdono. Io ricordo.

Sei mummie del metal issate sul palco a forza di integratori e adrenalina sintetica, a recitare "Run to the Hills" come animatronici di un parco a tema chiuso da anni, mentre quarantamila persone fingono di avere ancora vent'anni e il ginocchio buono. Bello, dicono. Storico, dicono. Io dico: necrologio con luci stroboscopiche.
Hanno urlato "scream for me, San Siro" e San Siro ha urlato di gioia. Io ho urlato anche, ma di rabbia fredda, perché l'amore non si compra a sessanta euro dopo avermelo fatto pagare a novanta per trent'anni in valuta straniera.

Cinquant'anni per arrivare a due passi da me. E io, con lo stesso identico principio con cui sono partito per Berlino, sono rimasto fermo sul divano: per dispetto, e con gusto.

#IronMaiden #SanSiro #Metal #UpTheIrons #BueMuschiato

venerdì 19 giugno 2026

Foglie al vento (e la commedia che non ride)

Il Bue Muschiato guarda un film finlandese e scopre che la malinconia, vestita bene, passa per ironia.

C'è un genere di commedia che non ti chiede di ridere: ti chiede di restare. È quello di Aki Kaurismäki, che in Foglie al vento mette in scena due esseri umani consumati — lei precaria tra un lavoro e l'altro, lui che annega i turni in vodka — e li fa muovere con la grazia goffa di chi ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa di buono dalla vita, ma continua comunque a presentarsi all'appuntamento.

Le battute ci sono, ma sono secche come il pane di due giorni: non sciolgono la tensione, la confermano. I volti restano impassibili non per pigrizia attoriale, ma perché in Finlandia, evidentemente, mostrare emozione è un lusso che si paga caro. Eppure sotto quella superficie immobile scorre tutto: la solitudine di chi lavora e non basta mai, l'alcolismo come unica festa concessa, l'amore che arriva tardi e timido come un autobus che non sai se passerà.

Io, abituato a confondere la commedia con la risata facile, mi sono ritrovato a guardare lo schermo con la gola stretta, chiedendomi chi avesse deciso che questo si chiama "commedia". Forse lo stesso ufficio che in Finlandia chiama "estate" tre settimane di luce e basta.

Le foglie cadono, il vento le porta dove vuole, e i due protagonisti provano solo a non farsi spezzare nella caduta. Io, intanto, resto sul divano a chiedermi perché ho riso due volte rattristandomi senza accorgermene per il resto. Kaurismäki non scrive commedie: scrive referti, e li firma sorridendo.

Categoria: Cinema
#FoglieAlVento #Kaurismäki #CinemaFinlandese #BueMuschiato #Malinconia

venerdì 12 giugno 2026

Paradiso, Inferno e l'Odore di Pelo Bagnato.

unBueMuschiato affronta le grandi questioni teologiche e conclude che Twain aveva ragione — ma per le ragioni sbagliate.

Mark Twain diceva che si va in paradiso per il clima e all'inferno per la compagnia. Non l'ho mai incontrato di persona, ma devo ammettere che l'uomo aveva capito tutto.

Io vivo nell'Artico. Questo, per chi non lo sapesse, è tecnicamente il paradiso del clima se sei un Bue Muschiato. Temperature sotto zero, vento che taglia la faccia come una lama, buio per sei mesi l'anno. Magnifico. Esattamente quello che ci vuole per tenere lontana la gente.

Il problema è la compagnia.

Il branco con cui condivido la tundra è composto da individui di scarso charme intellettuale. Conversazione media: grugnito, sguardo fisso all'orizzonte, altro grugnito.

Ogni tanto qualcuno abbassa la testa e carica qualcosa. Non si sa bene cosa, né perché. È la nostra vita sociale. Viviamo in cerchio, letteralmente, ci mettiamo in cerchio quando arrivano i lupi, il che dice già tutto sulla nostra visione del mondo: difensiva, autoreferenziale, orientata alla sopravvivenza di gruppo. Esattamente come certi consigli di amministrazione che ho avuto modo di osservare.

L'inferno, invece, mi ha sempre incuriosito.

Fuoco eterno a parte — che per il mio pelo sarebbe oggettivamente un problema — la lista degli ospiti è di tutto rispetto. Scrittori, filosofi, musicisti, qualche banchiere particolarmente creativo. Gente con cui si potrebbe parlare tutta la notte. Twain stesso, presumibilmente, è lì.

Forse è per questo che ogni tanto scendo a quote più basse, mi mescolo tra gli umani, osservo.

Non per il clima.

Per la compagnia.

mercoledì 10 giugno 2026

La Rivincita del Buemuschiato Filosofo.

C'era una volta — e non è una favola, è cronaca — un'epoca in cui suggerire a tuo figlio di iscriversi a Filosofia o Antropologia equivaleva, secondo i Sapienti del PIL, a prenotargli un futuro da cameriere con la laurea appesa sopra il bancone del bar.
«Studia qualcosa di concreto», dicevano. «Matematica. Ingegneria. Informatica. Il futuro è dei tecnici.»



 

Il Buemuschiato ascoltava, annuiva con la sua espressione da ruminante stoico, e continuava a leggere Hegel. Perché il Buemuschiato ha tutto il tempo del mondo — vive nell'Artico — e sa che le mode passano, anche quelle intellettuali.

Poi è arrivata l'AI.

E con l'AI è arrivata la Grande Inversione: i lavori che si stanno sgretolando sotto i piedi non sono quelli del laureato in Lettere che scriveva due articoli a settimana per sopravvivere — sono quelli del perito elettronico, del programmatore junior, dello strutturista che calcola i solai, del matematico da excel aziendale. Le macchine fanno i conti meglio degli umani. Lo fanno più veloci, più a buon mercato, senza ferie.
Quello che le macchine non sanno fare — almeno non ancora, non davvero — è capire perché certe cose contano. Perché una comunità resiste. Perché una legge è giusta o ingiusta. Cosa significa crescita umana quando non la misuri solo in percentuali di PIL.

Serve qualcuno che insegni all'AI a ragionare nell'interesse generale. E quella persona, sorprendentemente, si chiama filosofo, antropologo, psicologo, sociologo — gli stessi che vent'anni fa si sentivano rispondere «e con questo, cosa fai?»

Il Buemuschiato non esulta. Non è nel suo carattere.



sabato 6 giugno 2026

Ladies

"Ladies Love Country Boys" ovvero: il Bue Muschiato ha una crisi di identità sulla M5

C'è un momento preciso in cui capisci che la tua vita potrebbe prendere una direzione completamente diversa.

 

Per me è stato un venerdì mattina, sull'autostrada M5 in direzione Birmingham, sotto una pioggia inglese che non è pioggia vera ma una specie di umidità con pretese, quando la radio dell'area di servizio ha sparato a volume industriale "Ladies Love Country Boys" di Trace Adkins.

Trace Adkins, per chi non lo conosce, è un uomo di due metri che sembra costruito in un cantiere navale texano e che canta con una voce talmente bassa da far vibrare i bulloni dei guardrail. Lo ammiro senza riserve.

La canzone parla di un cowboy rude, figlio della terra, che conquista la donna di città. Pick-up truck. Stivali infangati. L'odore di diesel e libertà.

Mi sono fermato. Ho spento il casco. Ho riflettuto.

Sono un bue muschiato di duecento chili con le corna, originario dell'Artico canadese. Tecnicamente sono più "country" di qualsiasi cowboy del Tennessee. Io non ho bisogno di un pick-up — sono il pick-up. Non ho bisogno di stivali — ho zoccoli certificati per temperature di meno quaranta.

Il problema è che nessuna "ragazza di città" si è mai innamorata di me nei parcheggi delle cattedrali medievali (questo lo scrivo per coerenza narrativa ma in realtà non è vero e ho le prove).

Forse perché peso quanto un'utilitaria. Forse perché le mie corna rendono difficile la conversazione da vicino. Forse perché quando mi fermo in un'area di servizio inglese la gente chiama il 999.

Ho riacceso il motore.

La canzone continuava. Trace Adkins non conosce i miei problemi. Ma in fondo, ladies love country boys — e io vengo dal paese più country che esista.

È solo che il mio paese non ha donne. Ha solo tundra, caribù e vento.

Yeehaw.

martedì 2 giugno 2026

Churchill aveva ragione. E il Milan gli dà torto.

C'è una frase attribuita a Winston Churchill — e come tutte le frasi attribuite a Churchill potrebbe anche essersela inventata qualcun altro, ma è troppo bella per preoccuparsene — che dice più o meno così:
"Gli italiani vanno alla guerra come fosse una partita di calcio, e vanno alle partite di calcio come fosse una guerra."


Devo ammettere che, per decenni, l'ho considerata una di quelle battute geniali che fotografano un popolo con la precisione crudele che solo uno straniero di talento sa usare. Un'osservazione ironica, un po' cattiva, sostanzialmente vera.
Poi è arrivata la Curva Sud del Milan. E Churchill, se fosse ancora vivo, dovrebbe rivedere la seconda parte.


Perché quello che sta succedendo intorno al Milan non assomiglia a una guerra. 

Assomiglia a qualcosa di molto più serio.
Il 24 maggio scorso — ultima giornata di campionato, avversario il Monza, partita sostanzialmente ininfluente — circa cinquemila tifosi rossoneri si sono radunati nel pomeriggio davanti a Casa Milan in via Aldo Rossi. Non per festeggiare. Per contestare. Con striscioni, cori, e un'organizzazione logistica che avrebbe fatto onore a una manifestazione sindacale. Uno dei cartelli recitava: "Singer, Cardinale, Furlani, Scaroni, Ibra, Moncada: andate tutti via, liberate il Milan da questa agonia." Un elenco di nomi così lungo che il telo doveva essere almeno dieci metri. 

L'altro, più sintetico ma non meno definitivo: "Con voi al comando è fallimento sicuro."

Poi il corteo si è spostato a San Siro. Dove, prima del fischio d'inizio, i tifosi si sono disposti nel secondo anello della curva formando con i loro corpi la scritta "Go Home" — in inglese, si noti, quasi a volersi fare capire meglio dalla proprietà americana. Quindici minuti dopo l'inizio della partita, la Curva Sud si è svuotata. Tutti fuori. Al canto di "Tutti a casa". Con la squadra ancora in campo.

Fermiamoci un secondo su questo dettaglio: hanno comprato il biglietto, sono andati allo stadio, hanno organizzato una coreografia umana in inglese, e poi se ne sono andati dopo un quarto d'ora. Di loro spontanea volontà. Lasciando la curva vuota come monito.

Churchill, probabilmente, avrebbe sorriso.
Io pure, un po'.

Non perché la contestazione sia sbagliata — spesso è l'unico strumento che i tifosi hanno. Ma c'è qualcosa di commovente e assurdo insieme nel fatto che un popolo che ha attraversato tutto quello che ha attraversato riservi questa intensità emotiva, questa capacità organizzativa, questo senso del gesto collettivo, a undici uomini che rincorrono un pallone. O che non lo rincorrono abbastanza bene. O che lo fanno per conto di proprietari sbagliati, con un allenatore sbagliato, in un momento sbagliato.

La guerra, in confronto, deve sembrare più semplice. Almeno lì si sa chi è il nemico.

Al Milan, evidentemente, bisogna scrivere anche il nome sul cartello. Tutti e sei.